Bocchino Raffaele redentorista

P. Raffaele Bocchino (1805-1878) – Italia.

P. Raffaele Bocchino (1805-1878)

Nacque il 29 maggio 1805. Ebbe per patria il Villaggio di S. Marcellino nella Diocesi di Aversa. Onesti e pacifici furono i suoi genitori, D. Vitantonio e D. Antonietta Martino. Mediocre fu la fortuna della sua famiglia.
Ben per tempo però pensarono i suoi parenti alla educazione morale e scientifica del loro Raffaele. Solerte e pio Sacerdote gli fu destinato a Maestro.

In una relazione del Parroco del Villaggio a nome D. Francesco Tozzi, presentata al Teologo Fulgore, rettore allora del Seminario Aversano, nella circostanza che il giovanetto Raffaele Bocchino chiedeva di indossare l’abito clericale, si dice, che egli era stato sempre lo specchio dell’innocenza.
Che frequentava con fervore i Sacramenti, che aveva appreso il modo di fare l’orazione  mentale, e lo praticava con costanza.
Che non lasciava mai il digiuno in pane ed acqua nei sabati consacrati alla Madonna, e nelle vigilie delle Festività Principali.

Contava appena il 16° anno di età. Da una carta scritta di proprio pugno, intitolata «Vocazione del Chierico Raffaele Bocchino» rileviamo che nel corso della Missione del 1822, fatta dai Nostri nel suo Villaggio, in una di quelle Prediche si intese chiamare potentemente alla Congregazione del SS. Redentore, e tosto si portò dal Rettore Maggiore P. Mansione per esservi ricevuto.
A 17 anni ebbe dunque la sorte di entrare nella nostra Congregazione in un’epoca in cui erano ancora viventi i primi compagni di S. Alfonso, i quali erano la più alta rappresentazione morale, i cui discorsi infiammavano lo spirito, i cui esempi addolcivano ed appianavano la strada della virtù, le cui persone erano come circondate da un’atmosfera di abnegazione e di zelo, da cui si rilevava la santità che cresceva nel cuore.

Egli ebbe la sorte di convivere al di là di mezzo secolo con essi, e di averli a Direttori dello spirito nel suo noviziato, a Maestri delle scienze e delle Virtù nel tempo del suo Studentato, a Modelli di zelo nelle molteplici occupazioni del suo Apostolato.
Infatti, ricevuto appena nella Congregazione, fu mandato al Noviziato in Ciorani, il quale fioriva di santità sotto la direzione del P. Maestro Vincenzo Fiore che ebbe l’onore di assistere S. Alfonso nella sua ultima agonia, ed ebbe la sorte di vagheggiare il Volto di Maria Santissima nell’atto che spiccava un fascio di luce nel volto del Santo moribondo.
Per un anno ebbe il vantaggio di vivere e di ispirarsi alla santità di questo grande Uomo di Dio, e col fervore del suo spirito apprese, ed esercitò le parti più essenziali della santità, i mezzi che ad essa conducono, il metodo facile di praticarla, e gli ostacoli che bisogna superare.

Quale profitto egli facesse nella scuola del Noviziato, lo diè ben presto a vedere quando terminato l’anno del suo tirocinio, fu applicato agli studi nel nostro Collegio di Deliceto e di Pagani.
Suole lo studio sia dell’amena Letteratura, sia della Scienza Filosofica, sia della Teologia Dogmatica e Morale, inaridire nello spirito i sentimenti della pietà e della devozione.
Ma non fu così nel nostro giovine Studente di cui facciamo parola, Raffaele Bocchino. In lui fu ammirata sempre la più bella armonia, tra lo studio della Scienza e l’impegno di avanzarsi sempre più nella Perfezione Religiosa.

Considerando perciò che il fine preciso della sua vocazione era quello di santificare se stesso, Egli mise ogni sollecitudine di associare alla Vocazione la virtù, alla virtù la Sapienza, alla Sapienza la Temperanza e la Pazienza, alla Pazienza la Pietà, alla Pietà l’amore fraterno, e al di sopra di tutto questo l’amore di Dio.
In lui fu osservato sempre il raccoglimento esteriore, e più ancora l’interno, cui valevolissimo mezzo era l’esercizio della Presenza di Dio, al quale riferiva tutte le opere della giornata.
In lui un vegliare continuo sul proprio cuore, perché non vi entrasse affetto che non fosse di Dio. In lui un vietarsi sempre i gusti più innocenti, interdirsi i sollievi più necessari.
In lui una Umiltà di pensieri a tutta prova, una Ubbidienza che andava fino allo scrupolo, una Povertà che giungeva allo Spirito, e lo portò ad un totale distacco dalle cose della Terra.
In lui un impegno di mortificarsi, vuoi col cilizio asprissimo, vuoi col flagello sanguinoso, vuoi col severo digiuno.
In una parola, come il nostro S. Fondatore, che egli prese a modello, fu lo specchio di tutte le virtù; così egli si vide sempre impegnato, direi anzi divorato dal desiderio di divenire un Liguori redivivo.

Dopo ciò chi mi darà, ch’io dica le esuberanti dolcezze che inondavano l’anima sua nel tempo delle sue sacre Ordinazioni?
Sappiamo solo che fu ordinato Minorista ai 4 di marzo 1827 in Ascoli. Suddiacono ai 18 aprile del 1829 in Cava. Diacono ai 19 dicembre dello stesso anno e nella stessa città di Cava, ed ivi ancora fu ordinato Sacerdote ai 27 marzo 1830.
Questo solo sappiamo noi: ma la sua severa modestia coperse di un velo densissimo e le sue fervorose preparazioni agli Ordini Sacri, e quello che la grazia andava operando in lui.

Ma questa sua profonda Umiltà non valse a nascondere né sempre, né in tutte le circostanze di tempo e di luogo la santità che gli cresceva nel petto.
Egli era costretto a parlare, e nei suoi discorsi si rivelavano i principi e le massime che regolavano la sua condotta in tutto il corso della vita.
Così nelle Conferenze che era solito di fare ai nostri giovani Studenti, spesso diceva, che l’essenza del Sacerdozio era la celebrazione della Messa, che il decoro del Sacerdozio era poggiato sull’amore e sulla custodia della Castità, che la più grande risorta del Sacerdozio era la Meditazione e la Preghiera.
E pel Liguorino, egli soggiungeva, ci vuole l’osservanza Regolare, e l’amore al Ritiro, in maniera che sia come un Romito nel Collegio, e come l’Apostolo al di fuori di Casa.

Or queste Massime che egli predicava, furono quelle in cui Egli stesso si distinse pel corso di 73 anni di vita.
E chi più di lui inappuntabile, chi più di lui fervoroso nella celebrazione del divino Sacrifizio?
Senza esagerazione alcuna egli sull’altare era l’immagine di un serafino, che ispirava pietà e devozione a quanti vi assistevano.
Pietà eccitava colla gravità con cui eseguiva le diverse parti della Messa, colla esattezza con cui ne osservava le più piccole Rubriche, col tono raccolto della sua voce, con cui ne recitava le preghiere.
Pietà eccitava colla compostezza dei suoi movimenti, coll’alienazione dei suoi sensi, e colla mente pienamente assorta nella grandezza della Vittima Divina.
Pietà ispirava con quei sospiri che gli uscivano dal petto, con quella fiamma che si accendeva in volto, con quelle lacrime che alcune volte gli cadevano dagli occhi, con quella devozione insomma dalla quale balenava quasi visibile la invisibile Maestà di quel Dio, che chiamava dal Cielo sull’Altare.

E qu è da rimarcarsi che succedeva a lui quello che leggesi di S. Giuseppe da Copertino, di S. Francesco di Sales, di S. Carlo Borromeo, di S. Filippo Neri, e generalmente di tutti i Servi di Dio, che le anime devote accorrevano ad ascoltare la sua Messa, a comunicarsi per le sue mani, perché la pietà, con cui celebrava e dispensava l’Eucaristia, pare che si trasfondesse negli astanti, ed in coloro che si comunicavano. Così celebrò egli ogni giorno.
E la pena più sensibile che sperimentò negli ultimi mesi della sua lunga infermità, non furono i mali del corpo, ma l’impotenza a cui lo indussero di non poter più celebrare.

E qui è da osservarsi, che sebbene non potesse più celebrare per se stesso, volle però ascoltare sempre la Messa, e comunicarsi sacramentalmente fino all’ultimo giorno di sua vita. Che se colla devota celebrazione della Messa adempiva al carattere essenziale del Sacerdozio, con quali virtù ne sostenne il decoro?
Oh castità! Oh amabile castità!… Tu fosti che conciliasti a Raffaele Bocchino la fiducia più onoranda dei popoli, la forza più vigorosa alla sua Predicazione, la espansione più misericordiosa al suo cuore.
Sì, di questa virtù egli fu sempre gelosissimo custode, e la volle sempre compagna. Perciò dalla prima gioventù sino alla più tarda vecchiaia custodì rigorosamente i suoi sensi, conoscendo benissimo che per loro mezzo entra la morte nell’anima.
Perciò fu sempre vigilante a corroborare il suo cuore contro gli assalti della concupiscenza, opponendosi vigorosamente a qualunque passione, a qualunque affetto che non fosse di Dio.
Perciò fuggì sempre la conversazione colle donne, e se per necessità, o per obbligo del Ministero doveva ascoltarle, pure e sante erano le sue parole, gravi ed atteggiati a modestia erano gli occhi suoi.
Perciò fu veduto sempre padrone di se stesso e delle sue passioni, quasi in atto di ricuperare i dritti che aveva l’innocenza, pria che si accendesse la guerra tra lo spirito e la carne.

Né contento di queste esterne cauteli adoperò ancora le interne per conservare intatta la sua pudicizia.
Così fu suo costume inviolabile di digiunare, ogni Sabato, di astenersi dai frutti novelli, e di astenersene interamente nelle molteplici Novene che praticava.
Costume costante fu il suo di mangiare una volta al giorno, di astenersi dai cibi delicati, massime dai dolci, che egli distribuiva ai poveri, allegando per ragione lo stato imbecille dello stomaco; ma in verità perché, secondo l’avvertenza di S. Bonaventura, l’abbondanza dei cibi è il fomento dei vizi.
Alla parsimonia del cibo univa lo studio incessante della preghiera, che, come osserva il Nazianzeno, è essa pure un forte antemurale, una valida difesa della castità.
Alla preghiera congiunse un amore filiale a Maria SS.ma, che egli stimava, e lo è difatti la Ispiratrice e la Custode della purità; un affetto tenerissimo alla Passione di Gesù Cristo e ne voleva sempre innanzi un’immagine: una devozione, finalmente al nostro S. Fondatore.

Il P. Raffaele Bocchino ebbe per distintivo di essere un’anima di sublimissima Orazione; infatti la meditazione fu l’esercizio il più costante, il più familiare, il più caro del di lui cuore; anzi era in lui un bisogno, senza del quale gli si rendeva troppo pesante la vita.
È perciò che mentre i Confratelli stavano ancora immersi nel sonno, prima ancora che l’aurora si fosse affacciata sull’orizzonte, si alzava egli dal letto un’ora prima dello sveglio comune, si portava solo solo nel Coro, e bastava inginocchiarsi avanti al Sacramento per sentirsi elevato a sublime contemplazione.
Non bastava: mentre la Comunità prendeva la Cena nelle ore della sera, egli era facoltato a dispensarsene e l’unica sua consolazione era di starsene assorto nella sua prediletta Meditazione.
Non bastava: soleva egli privarsi del comune passeggio, approfittarsi di ogni piccolo spazio di tempo che gli restava libero dalle occupazioni del Ministero, e tutto era impiegato all’orazione.
Di maniera che, ogni giorno, impiegava nella Meditazione cinque lunghissime ore. Che cosa si facesse Egli in quelle ore beate, quali elevazioni nella sua mente, quali affetti si rivolgevano nel suo cuore ne è testimonio solo Dio.

Si sa però che Egli spesse volte era favorito da Dio, or col dono che i Maestri della Mistica chiamano «liquefazione» in virtù del quale egli si sentiva spezzare il cuore, si discioglieva in lacrime, emetteva infuocati sospiri. Rassomigliava a S. Pietro che piangeva al canto del gallo di cui parla il Vangelo.
Così spesso ancora aveva il dono che si appella «Sete di Dio», col quale egli sentiva un desiderio così vivo nell’anima di godersi di Dio, che gli cagionava un’impazienza, una smania di un uomo assetato che va in cerca di un ruscello di acqua.

Tutto ciò ha un riscontro nel cervo assetato che sì bellamente è descritto nei Salmi. Così a lui fu concesso il dono che si chiama «Volo dell’Anima o Estasi amorosa» per cui alle volte appena si metteva alla presenza di Dio, si alienava dai sensi in modo, che il corpo, divenuto quasi una piuma, fisicamente si elevava in aria.
Su di ciò abbiamo testimonianza di persone abbastanza autorevoli, delle quali alcune l’osservarono nell’atto della celebrazione della Messa nel privato Oratorio: altre l’osservarono nei luoghi soliti della sua orazione nel Coro.
A lui fu accordato ancora quel dono che si appella «Deliquio», quando l’anima sua benedetta era talmente compresa dall’amore divino, che gli si stringeva il cuore, veniva impedita la solita respirazione e lo faceva venir meno.
Oh quante volte nelle ore intempeste, sia della notte, sia del giorno, fu trovato caduto boccone a terra innanzi alla Tomba di S. Alfonso, ove era solito di trattenersi!

Camminando il P. Bocchino dietro le massime, e gli esempi luminosi di S. Alfonso de Liguori, non respirò che zelo per la salute delle anime; non si stancò giammai di adoperarsi, sia colla voce, sia col consiglio, sia coi colloqui, sia colle prediche e colle istruzioni catechistiche a combattere e distruggere gli errori della mente, ad estirpare i vizi dal cuore per farvi regnare coll’amore di Dio la virtù.
Può dirsi che non vi fu ceto di persone che non fosse stato testimonio del fervore del suo zelo. Lo sperimentarono le tante Città e Villaggi, ove si portava colle Sante Missioni; i tanti Cleri e Secolari e Regolari, ai quali diede i santi spirituali Esercizi: i tanti Monasteri di Sacre Vergini, dalle quali era ricercato con premurose istanze: i tanti Seminari e Convitti di Giovanetti, ispirando ai primi lo spirito della vocazione, infondendo negli altri il Santo Timore di Dio.

Testimoni del suo zelo sono stati i tanti detenuti nelle Carceri, i quali, abbandonati da tutti, ignorando se nel Mondo vi fosse ancora un’anima sensibile, la ravvisarono nel P. Bocchino, il quale parlava loro cogli accenti della carità, ed infondeva il balsamo sulle ferite dell’anima.
Testimoni del suo zelo sono stati i tanti infermi che egli visitava, arrecando loro sollievo all’anima coi suoi consigli di rassegnazione, ed al corpo coi suoi soccorsi.
Testimoni del suo zelo sono tutti i Nostri: poiché i Superiori Generali persuasi della Santità e della sua Prudenza a lui affidarono la educazione morale dei nostri giovani Studenti, e lo chiamarono a Rettore del Collegio di Pagani, e per volere del Capitolo Generale fu decorato della carica di Consultore Generale della Congregazione.
Fu in queste diverse circostanze che tutti ammirarono in lui una sollecitudine pel mantenimento della Regolare Osservanza, un impegno di veder promossa la gloria di Dio e la salute delle anime, una prudenza e capacità non ordinaria nel maneggio degli affari.

Ma chi può dire le qualità che accompagnavano il suo zelo? Vedevasi sempre pieno di coraggio in affrontare i pericoli, né potevano trattenerlo in esercitare il suo Ministero né i venti impetuosi, né le nevi copiose, e né le piogge dirotte, né i crudi geli, né cosa veruna.
Singolare era la sua fortezza di animo in sostenere i travagli del suo Ministero. Arie malsane, cibi cattivi, pessimi alloggi, fredde accoglienze, tratti incivili, rifiuti scortesi, sarcasmi pungenti, ingiurie, disprezzi, sono cose che fanno perdere il coraggio morale a chiunque. Ma non al P. Bocchino. Quando gli altri temevano in faccia al pericolo ed al travaglio, l’anima sua si rivelava in tutta la sua grandezza.
A tempo del colera, quando questo pestifero morbo mietendo, ogni giorno, a migliaia le vite dei cittadini, aveva sparso la costernazione, lo spavento, l’orrore da per tutto, tra lo stuolo numeroso dei Sacerdoti, che pel suo spirito di carità cristiana, esposero allora (nel 1837) magnanimi la loro vita per portare i conforti della Religione, ed assistere agli appestati nella loro morte, vi furono anche i Padri Liguorini del Collegio di Pagani, e tra tutti si distinse il P. Bocchino, e per la prontezza con cui sempre accorse da per tutto, e per la intrepidezza con cui assistette fino all’ultimo respiro i poveri colerosi.

Prima che la sua infermità gli togliesse l’uso della lingua, replicate volte disse ai Padri, che si portavano a visitarlo: che la sua ora era giunta di già, e così avvenne, dopo pochi mesi se ne volò al Cielo, il 19 aprile 1878.
Deh! anima santa di Raffaele Bocchino, nella tua gioia, nella tua gloria, ricordati di noi tuoi Confratelli, ed impetraci il santo amore e timore di Dio.
(Necrologio detto da P. D. Alfonso D’Antonio, rettore del Collegio di Pagani nel 1878, e nel 1880 fu fatto Provinciale)

P. Bocchino portò per più tempo il Libro delle Messe, e quindi sono sue le memorie di parecchi soggetti defunti.
Egli morì in casa di Mons. Ramaschiello, Vescovo di S. Agata dei Goti, in Nocera Inferiore, munito degli ultimi Sacramenti, tra le lacrime di esso Monsignore, suo penitente, assistito dai Nostri.
Contava 73 anni, di cui 58 di Congregazione, della quale era stato sempre un figlio di particolare predilezione.
Egli Rettore di Pagani nel 1839. Prefetto degli Studenti e Consultore Generale, Gran Direttore di spirito di Anime di elevata perfezione, Confessore di Monsignor Cocle, di Monsignor Galdi, di Monsignor Vitagliano…
La virtù caratteristica fu il silenzio a dire di Fratello Francesco Alvino.

P. Bocchino era Prefetto degli Studenti in Pagani quando vi arrivò Pio IX. Voleva far uscire gli Studenti sempre per la città, onde far edificare il popolo. Quando li sapeva innocenti, li difendeva pure innanzi al Rettore Maggiore con grande impegno.
Il Rettore Maggiore Ripoli e tutti i Padri nutrivano per P. Bocchino una grandissima stima. La sua parola era per tutti come un Oracolo, e niuno ardiva contraddirlo perché dotto e santo.

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Profilo tratto da Biografie manoscritte
del P. S. Schiavone –
vol.2 Pagani, Archivio Provinciale Redentorista.
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Mons. Domenico Ramaschiello, Vescovo di S. Agata dei Goti. Nella sua casa in Nocera Inferiore, aveva accolto il P. Raffaele Bocchino, del quale era penitente: qui il redentorista morì nel 1878 assistito dai confratelli e rimpianto dallo stesso Monsignore.
Mons. Domenico Ramaschiello, Vescovo di S. Agata dei Goti. Nella sua casa in Nocera Inferiore, aveva accolto il P. Raffaele Bocchino, del quale era penitente: qui il redentorista morì nel 1878 assistito dai confratelli e rimpianto dallo stesso Monsignore.

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