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Mons. Alfonso Giordano (1835-1908) – Italia.

Mons. Alfonso Giordano (1835-1908)
(dall’elogio funebre)

Nell’Irpinia, a Montefrèdane, sortì i suoi natali il 23 marzo 1835. A 16 anni entrò in Congregazione, e professò il dì 16 maggio del 1852 dopo l’anno di noviziato. Compiuti gli studi , ascese al Sacerdozio ai 9 marzo 1858.
Per la soppressione degli Ordini Religiosi, costretto a ritirarsi in famiglia, per sette anni esercitò l’ufficio di Economo Curato nel suo natio paese.

Ritornato in comunità, nell’ anno 1880, fu mandato ad aprire la casa di Santa Reparata a Teano, ed il 6 Maggio del 1881 fu nominato Vescovo Titolare e consacrato il 15 dello stesso mese. Trascorsi due anni fu nominato Coadiutore con futura successione al Cardinale D’Avanzo nelle diocesi di Calvi e Teano, di cui Vescovo residenziale il dì 20 ottobre 1884 sino all’ ultimo di sua vita, 10 febbraio 1908.

Mons. Giordano fu di molta pietà fin da bambino, avendo succhiato col latte tutti i sentimenti di religiosità e devozione della madre, donna devotissima di S. Alfonso, per cui volle dare al figlio il nome di Alfonso, e volle ancora che si fosse fatto Liguorino. Ed era tale il suo desiderio che quando il piccolo Alfonso meritava di essere castigato dalla madre, perché faceva chiasso coi fratellini tra puerili trastulli, bastava dirle che si sarebbe fatto Liguorino per essere dispensato e risparmiato dal castigo. Allorché poi lo vide vestito da Redentorista, la madre sua dolcissima era rapita al cielo.

Mons. Giordano aveva per costume di levarsi al mattino di buon ora anche nel più crudo inverno, ed all’ età avanzata, farsi l’ orazione mentale, celebrare la S. Messa con fervore angelico, trattenersi lunghissimo tempo in ringraziamento, recitare le Ore Canoniche con attenzione ammirabile, e il Rosario, ogni sera, con tutti i componenti l’ episcopale famiglia.

In Mons. Giordano si scorgeva molto bene lo spirito di vera umiltà; il basso sentir di se stesso sempre, la modestia in tutti i suoi atti, il rispetto verso tutti, fosse anche un fanciullo.
Era sempre il primo a riverir gli altri, fosse anche un semplice contadino, sempre il primo a salutar con la dolce parola: Sia lodato Gesù e Maria, il solo saluto solamente che consentiva ai suoi familiari.
Nemico d’ogni lode, d’ogni plauso, d’ogni fasto: nemico di festeggiamenti alla sua persona. Ricorreva il 16 maggio 1902, e si compivano i 50 anni della sua professione religiosa: Mons. Giordano passò quel giorno, che altri avrebbero passato tra plausi e sorrisi di festa, da solo, nel Seminario nuovo, nel nascondimento, nella preghiera e nel digiuno.
Il 15 maggio del 1906 ricorreva il 25.mo anniversario della sua consacrazione episcopale, e Monsignore andò a passare questo giorno a Roma, trai suoi Confratelli.
Ed è per questa sua profonda umiltà che per quante opere da lui compiute, per tante fabbriche di edifici, per tanti arredi e suppellettili, onde arricchì la casa di Dio, mai, com’è uso, volle apporre il suo stemma.

Le sue virtù
Però la sua umiltà concordava meravigliosamente con la grandezza della dignità episcopale, ond’era rivestito: egli umile come un agnello, se si trattava della gloria di Dio, e del bene delle anime, assumeva il coraggio del leone.
Da questa umiltà rampollava la virtù della mansuetudine. Ond’è che tollerò ingiurie e maldicenze sia a voce che in iscritto, che talvolta gli facevano i figli ingrati. Mai sul suo labbro parola contro i suoi offensori; anzi non permetteva che alla sua presenza si mormorasse di altri. Senza dubbio, a volte aveva scatti improvvisi nell’esercizio del suo ministero, che si poteva pensare fosse come uomo aspro, duro, intollerante, caparbio e quasi amante della contraddizione. Ma a torto.
Aveva egli un cuore d’oro; sentiva potentemente i dispiaceri; amava i confratelli nel sacerdozio. E spesso, se dopo un rimprovero vedeva minimamente umiliato il suddito, egli subito si commuoveva sino al pianto!
Compagna dell’umiltà e della mansuetudine fu la pazienza, che in lui giunse fino all’eroismo. Mons. Giordano sopportò pazientemente tutti i dolori della vita, e specialmente le infermità.
Quando fu preso per la prima volta da quel malore che poi lo trasse alla tomba, oh! quanta rassegnazione in lui, quanta uniformità al volere divino. La prima parola che balbettò, quando gli si sciolse la favella, fu questa: «Volontà di Dio!» E il suo sguardo era rivolto al Crocifisso.
Un delicato profumo di purità altresì emanava il cuore di Mons. Giordano, così che la purità del cuore si rifletteva e traspariva negli atti esterni. Inorridiva al sol sentir qualche laidezza, quando per il suo ufficio di Vescovo era costretto a sentirne. A somiglianza del gran Padre S. Alfonso non permise mai che i suoi occhi si fossero fissati in volto donnesco.
Ed a tener a freno la sua carne usò sempre la disciplina, come in Congregazione, ed il cilizio, dormì su povero pagliericcio, digiunò assiduamente; in tutti i mercoledì, venerdì e sabati dell’anno non mangiò mai né carne, né frutta, come in tutte le novene della Madonna, nei mesi di maggio e ottobre a lei consacrati, nell’ Avvento, nella Quaresima, nelle novene di Nostro Signore e di Pentecoste. Anzi tutte le vigilie della Beatissima Vergine, dei Protettori e di Nostro Signore e tutti i Venerdì di Marzo li passava a pane ed acqua.
Che dire della sua povertà? Le effemeridi che diedero l’annunzio della sua morte, non di altro parlavano che del suo spirito di povertà. Puliti i suoi abiti, ma sempre poveri, nel suo lungo governo episcopale gli bastò un sol ferraiolino, e, lo sa Dio quanto i suoi familiari dovevano faticare per fargli acquistare qualche nuova veste; anzi dovevano servirsi di stratagemma per comprargliela.
Aveva un ricchissimo patrimonio di famiglia, che era nobile e agiata, e tutto spese, riducendosi a povertà, così che nell’ atto di rinunzia alle due Diocesi potette dire al Papa: «Padre Santo, datemi di che vivere, ché povero di tutto io sono». Ed il Papa, ben volentieri, gli accordò una pensione dulle rendite della Diocesi.

La sua carità
Le limosine versate da Mons. Giordano a pro de poveri ed infelici, delle famiglie bisognose, resteranno sempre una delle più belle pagine nella storia dei nostri Vescovi: Vescovo così largo, così munifico, forse non fu, forse non sarà.
Quante lacrime ha egli asciugate sulle pupille afflitte! quanti lamenti ha chetati! quanti guai riparò! «Date tutto – scriveva un giorno al suo Segretario da Napoli in Teano, ove volgeva triste stagione – Venderò se sarà necessario, il mio anello, la mia Croce ». Bastava sentire: «Monsignore, c’è una donzella che manca di biancherie per le sue nozze; c’è una fanciulla in pericolo, cui bisogna un po’ di dote per salvarla; c’è una madre cui fa d’uopo un letticciolo per il suo figliuolo; c’è …. E subito versava tutto quanto aveva in tasca, tutto.
Non solo nelle private, ma anche nelle pubbliche sventure la carità del nostro Vescovo rifulse qual sole. Il 1884 un pestifero morbo invase la bella e sorridente Napoli, e tosto si vide aggirarsi fra i colerosi in loro soccorso e di giorno e di notte il nostro Mons. Giordano, qual secondo Cardinal Federico, stupendamente descritto dall’immortal Manzoni.
Tutte le effemeridi ne parlarono, e il suo nome risuonò glorioso dall’Alpe al Lilibeo, per cui veniva insignito di Sovrana decorazione.
E quando la pestifera lue si rinnovò in Teano, ove furono accolte le milizie reduci da Cassino, si rinnovarono i prodigi di carità di Mons. Giordano, sino a trasportar un povero soldato, colto dal rio malore, sulle proprie spalle.
A somiglianza di Gesù Cristo si può dire che Monsignore amò i poveri e i derelitti, amò i pargoli, seppe compatire gli erranti, coprì col suo mantello le vergogne dei condannati, le sue più dolci consolazioni furono le lacrime dei convertiti alla Croce ed alla virtù. Per tal modo diffuse i tesori della carità e i doni della bontà divina.

Il seminario e l’opera spirituale
Essendo chiuso il Seminario di Teano, Monsignore migliorò le condizioni del vecchio Seminario di Calvi, e ben tosto intraprese e compì felicemente i lavori al Seminario nuovo, secondo l’esigenze dei tempi. Per cui il Capitolo di Calvi ha fatto porre nell’atrio una lapide in marmo a ricordo.
Ottenuto di poter riaprire il Seminario di Teano, vi fondò un Osservatorio Meteorologico, ben persuaso che il Clero rappresenta lo strumento più alto della spiritualità dei popoli.
Non gli mancarono poi illusioni e disinganni; specie negli ultimi tempi ebbe trafitture e cordoglio grande. Sacerdoti traviati, fanciulli senza istruzione, uomini rotti di costume e femmine impudenti Egli vede: è un colpo al suo cuore; e Monsignore vi provvede con mandare attorno le Missioni nei paesi delle Diocesi, e con i ritiri spirituali degli Ecclesiastici.
Alla fine d’ ogni Missione ecco Monsignore intervenire sempre per amministrare il Sacramento della Cresima. Tutte le Missioni fatte o dai Redentoristi o dai Passionisti, o dai Preti Napoletani, erano a suo carico: Monsignore pensava a tutto.
Per compiere la Sacra Verità si inerpicò per balzi e per dirupi, così che non vi è parrocchia di campagna o cappella di monti da lui non visitata. Né mancò di accorrere, quando in qualche parrocchia sorgevano disordini, per far sperimentare tutta la sua Vescovile autorità.
Mons. Giordano promosse e rese fiorente l’Opera dei Sacri Tabernacoli; sovvenne le Figlie della Carità per l’educazione delle povere fanciulle in Teano; promosse la Pia Associazione delle Figlie di Maria in vari punti della Diocesi; promosse, incoraggiò e sostenne l’ Associazione recente delle Sacramentiste; inculcò l’ insegnamento della Dottrina Cristiana, scrisse diverse Lettere Pastorali, e recitò Omelie e Sermoni tutti ripieni di fede e riboccanti di amore per Gesù Sacramentato e la divina Madre. Era stato un egregio Missionario.

L’amore al Papa e alla Chiesa
Mons. Giordano inoltre accomodò Monasteri, rifece quasi interamente, ampliandolo, l’ Episcopio di Teano, rivendicò le rendite della Mensa e dei due Seminari di Calvi e Teano, compì intrepido il suo dovere, proprio quando la folgore dell’ empietà aveva apportano rovine nel Santuario spogliato dai moderni Eliodori.
E che dirò della sua devozione al Papa? Caldo di amore al Romano Pontefice, il Pastor dei pastori e del Gregge, l’Oracolo infallibile della verità e della vita, Mons. Giordano fu specchio sempre della più ferma sottomissione, della fedeltà più affettuosa alla Romana Sede.
Le Encicliche Pontificie, egli era sempre pronto a diffonderle nel Clero e nel laicato, sostenendone ogni spesa. Era tenero e commovente quando, tornando da Roma, narrava le udienze ricevute dal Papa, e le parole che il Pontefice gli aveva rivolte: il pianto gli inondava le gote, prova suprema del suo potente affetto al Papato, la prima gloria dell’Italia e del Mondo.
In fine Mons. Giordano fu amante del culto e dell’Arte Sacra. Difatti, fornì di Coro invernale le due Cattedrali di Calvi e Teano, e in questa compì e fornì di marmorei altari le laterali Cappelle.
Splendida fra tutte e ricca di dipinture e di marmi quella che egli volle dedicare all’Addolorata Madre di Dio, ove le due statue della Madre dei Dolori e del Cristo morto, mostrano la squisita perizia dell’arte Leccese.
Arricchì le due Spose (diocesi) di ricche suppellettili, ed amò a preferenza l’ espressione più bella del culto, qual è la Musica Sacra. Quale insigne promotore di essa fondò nei due Seminari le Scholae Cantorum, e fece ritornare la vera Arte Sacra, che era scaduta.

Verso la fine
Avendo presentimento della vicina dipartita da questa terra, ordinò tutto, tutto dispose ai piedi del S. Padre: «Padre Santo, se volete la salvezza della mia anima, accettate la mia rinunzia; non siete voi il Padre delle anime? Salvate l’anima mia poverella».
Accolta dal Papa la rinunzia, egli si ritirò a S. Antonio a Tarsia in Napoli, fra i suoi Confratelli di Religione, all’ombra del Chiostro, sospirato asilo.
Il giorno 5 febbraio 1908, Monsignore fu colto da paralisi. Vani furono tutti i rimedi. Ricevette con grande devozione gli ultimi Sacramenti, nonché la Benedizione del Papa; e il 10 febbraio, poco dopo il suono dell’ Angelus del mezzodì, circondato dai suoi nipoti Agostino e Francesco Giordano, dai Confratelli, dal Canonico Solimene ed altri, spirò la sua bell’ anima nel bacio del Signore.

Mons. Giordano, in vita, amò sempre la Congregazione; da Vescovo volle sempre vestire l’abito liguorino, ed ora la Congregazione, come benigna Madre, stende le sue ali amorose sulla salma e dice: «Colui, che giace estinto, è mio: lo crebbi, lo allevai, nel dì delle sue celestiali sponsalizie io gli posi al capo i fiori, io ne raccolsi lo estremo anelito, io sola potrò porne i cipressi sulla sua tomba».
Il grido, che d’ ogni intorno risonò, fu: «È morto il Santo!».

Il Signore volle negli ultimi giorni di sua vita purificarlo con i più vivi dolori del suo spirito, e del suo corpo, volle si ritirasse all’ombra del sacro chiostro, tanto da lui desiderato, volle che rinunziasse all’Episcopato a somiglianza di S. Alfonso, del grande ed immortale suo Padre, perché più bella risplendesse sul suo capo l’aureola della santità.
« È morto un Santo» in questo unanime grido è compendiato l’elogio intero, è compendiata tutta la grandezza di Mons. Alfonso Giordano, chiamato da Dio nei nostri tempi di scetticismo a compiere l’alta Missione di ritemprare i cuori alla pietà.
Solennissimi funerali si celebrarono in Napoli, in Calvi, in Teano, in Montefredane, e in tutti i nostri Collegi.

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Profilo tratto da Biografie manoscritte
del P. S. Schiavone –
vol.3 Pagani, Archivio Provinciale Redentorista.
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Mons. Alfonso Giordano, missionario e vescovo redentorista secondo il cuore di S. Alfonso. Originario di Montefredane (AV), morì a Napoli nel 1908.

Mons. Alfonso Giordano, missionario e vescovo redentorista secondo il cuore di S. Alfonso. Originario di Montefredane (AV), morì a Napoli nel 1908.

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Febbraio 5, 2015 at 12:06 am da Salvatore
Categoria: In memoriam
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