Omelia del Cardinale di Napoli
Michele Giordano

per l’inizio delle Celebrazioni
del Terzo Centenario della Nascita
di Sant’Alfonso Maria de Liguori

Napoli, domenica 29 settembre 1996  

Domenica XXVI per annum:
Ez 18,25-28;
Fil 2,1-11;
Mt 21,28-32

Indice (i titoletti sono redazionali)
1. Il momento liturgico
2. Un Santo della nostra terra
3. Nella nuova Evangelizzazione
4. Le sue esperienze e intuizioni pastorali
5. Per un rinnovato annuncio: compagni di viaggio
6. Formazione delle coscienze e annuncio morale
7. Verso la santità: la speranza in cammino

1. Il momento liturgico
Continuando nel cammino delle precedenti domeniche, la parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita a approfondire ulteriormente il mistero insondabile della misericordia di Dio verso di noi. Il suo amore non si lascia bloccare dalla nostra debolezza e dalla nostra fragilità, frutto del peccato; scavalcando tutte le barriere che ci ostiniamo a costruire, offre ad ognuno di noi e all’intera umanità possibilità sempre nuove di liberazione, di guarigione, di salvezza.
Non possiamo non ringraziare con tutto il cuore il nostro Dio per la fedeltà al suo disegno di amore misericordioso. E il nostro grazie si pone come annuncio di speranza per i fratelli: nessuno è talmente prigioniero del male da doversi rassegnare a ripeterlo. No, il potere del peccato e del male è stato sconfitto nella croce del Cristo; grazie alla sua risurrezione la nostra fragilità e la nostra miseria sono aperte e lievitate dal dono del suo Spirito di amore. Possiamo essere nuovi, possiamo fare cose nuove, possiamo rendere nuova la società. Chi finora è stato ingiusto, può sottrarsi al giogo pesante dell’ingiustizia; chi è stato vacillante nel rispondere al bene, può riprendere con generosità il cammino; chi è stato costretto – per scelta personale e soprattutto per condizionamenti – a dimenticare e a vendere la propria dignità e la propria coscienza può riprendere un cammino di autenticità fino a porsi tra i primi nel regno dei Cieli.

Tutto questo è stato reso possibile dal Cristo con la sua chenosi di condivisione misericordiosa con noi, come l’apostolo Paolo ci ha ripetuto: «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini… facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce….» (Fil 2,6-8).
Il grazie sincero e l’annuncio franco della misericordia del Padre devono diventare scelte e decisioni coerenti di fattiva solidarietà, che facciano trasparire e sperimentare la possibilità nuova che il Cristo apre all’umanità. Solo nutrendo gli «stessi sentimenti» del Cristo è possibile realizzare un vivere nuovo, effettivamente fraterno, retto da una giustizia che non si pone come vendetta ma come offerta solidale di possibilità per una vita nuova.

-Napoli, Duomo 29 settembre 1996 - Il Cardinale Giordano concelebra con tutti i Vescovi della Campania.

2. Un Santo della nostra terra
A questo approfondimento della parola di Dio, ci stimola in maniera particolare un grande santo della nostra terra, Alfonso Maria de Liguori, del quale vogliamo oggi celebrare il terzo centenario della nascita. La sua vita è stata tutta al servizio dell’annuncio della misericordia di Dio, soprattutto ai più bisognosi di essa, perché maggiormente segnati dalla debolezza e dalla fragilità. E mi sembra provvidenziale il fatto che la nostra celebrazione avvenga nel giorno del suo battesimo: nato il 27 settembre1696 a Marianella, Alfonso veniva battezzato due giorni dopo nella parrocchia di S. Maria dei Vergini, ricevendo tra gli altri anche il nome di Michel Angelo.

Accanto al suo atto di battesimo, mani diverse hanno annotato: «Beatificato nel settembre 1816», «Santificato a 26 maggio 1839», «Dichiarato Dottore della universale Chiesa il 23 marzo 1871». «Se vi fosse rimasto altro spazio, continua uno dei suoi ultimi biografi, una quarta mano avrebbe aggiunto con inchiostro molto più recente, forse con penna a biro: “Proclamato Patrono dei confessori e dei moralisti il 26 aprile 1950”»(1).
Se fosse possibile, sarebbe bello potervi aggiungere anche le date che hanno scandito i 91 anni di vita feconda per la Chiesaintera: dottore in utroque il 21 gennaio 1713; ordinato sacerdote in questa nostra chiesa metropolitana il 21 dicembre 1726; fondatore della congregazione missionaria destinata all’evangelizzazione degli abbandonati il 9 novembre 1732; consacrato vescovo di Sant’Agata dei Goti il 21 giugno 1762, rritornato al Padre il 1° agosto 1787. E inoltre i titoli dei dei suoi numerosi libri: da quelli – come le Massime eterne, le Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS.ma, le Glorie di Maria, la Pratica di amar Gesù Cristo – tesi a portare direttamente nelle mani di tutti, anche degli umili, la ricchezza della verità e della santità cristiana; a quelli di più ampio respiro – come la Theologia moralis e la Pratica del confessore – preoccupati di favorire la formazione dei pastori.
In tutta questa molteplice attività, sant’Alfonso si è posto sempre al servizio sincero del popolo: interpretandone con coraggio e discernimento il desiderio di bene, di dignità, di vangelo, si è radicato nella memoria delle comunità cristiane – non solo del nostro Meridione, ma di tutto il mondo – come punto di riferimento sicuro e fecondo. Sant’Alfonso, ha scritto Giovanni Paolo II in continuità con i suoi Predecessori, «fu maestro di sapienza al suo tempo e con l’esempio della vita e con l’insegnamento continua ad illuminare, come luce riflessa di Cristo, luce delle genti, il cammino del popolo di Dio» (2).

3. Nella nuova Evangelizzazione
A questa “luce riflessa del Cristo” vogliamo attingere quest’oggi, convinti che essa possa sostenerci e stimolarci nella ricerca di risposte valide alle nuove sfide che siamo chiamati ad affrontare. Sarebbe difficile enuclearle tutte; non posso però non ricordare:

La vita e l’insegnamento di sant’Alfonso ci spingono innanzitutto a riprendere con slancio rinnovato l’evangelizzazione dei diversi contesti e ambiti di vita: riportare il Vangelo sulle strade, nei vicoli, nei posti del lavoro e del tempo libero. Occorre andare a coloro che si sono allontanati, incontrarli, dialogare, annunciare. Non possiamo giustificarci interpretando l’attuale indifferentismo solo come rifiuto voluto del Vangelo. Fedeli alle prospettive di Gaudium et spes (n. 19-21), dobbiamo chiederci quali siano le nostre responsabilità a livello di trasparenza di annuncio e di testimonianza. Solo attraverso un incessante “esodo” verso coloro che di fatto restano ai margini, ci ripete sant’Alfonso, l’evangelizzazione resta fedele al Redentore.

Napoli, Duomo 29 settembre 1996 - Una parte dei Vescovi concelebranti.

4. Le sue esperienze e intuizioni pastorali
Subito dopo la sua ordinazione sacerdotale, la nostra città lo vide evangelizzare, come annota il suo primo biografo A. Tannoia, «per lo più nel Mercato, e nel Lavinaro, ove vi è la feccia del Popolo Napoletano, anzi godeva vedersi circondato dalla gente più vile, come sono i Lazzari, così detti, e da altri di infimo mestiere. Questa gente più che ogn’altra aveva Alfonso a cuore» (4).

Nascevano così, grazie all’opera di Alfonso e di altri generosi evangelizzatori, tra i quali non è possibile non ricordare Gennaro Maria Sarnelli, recentemente proclamato beato da Giovanni Paolo II, le Cappelle serotine: gruppi popolari, fondati sull’ambiente, animati da laici sostenuti da sacerdoti, caratterizzati da spontaneità; gruppi di prima evangelizzazione, di conversione, di crescita generosa verso la santità, di impegno apostolico; gruppi di umili, di poveri, per gli umili, per i poveri. Anche coloro che fino ad allora erano stati segnati e feriti dal peccato, ritrovavano nel Vangelo dignità e forza di cammino. Lo stesso Tannoia tratteggia dei volti a tinte vive: Pietro Barbarese maestro e evangelizzatore degli scugnizzi al Mercato; Luca Nardone che da «capestro da condannato» diventa «un funicolo di carità, ma molto atto per tirare le anime a Gesù Cristo»; «un vecchio venditor di farina chiamato Giuseppe il Santo al Mercato, Ignazio Chiaiese vasaio al ponte della Maddalena, e Bartolomeo d’Auria venditore d’Istoriette, e libri vecchi: tutti e tre uomini di sopraffina virtù… Antonio Pennino, che vendendo uova per Napoli, riscattava Anime dall’Inferno… Nardiello, o sia Leonardo Cristano, che benché per Napoli, col somaro avanti, andasse vendendo chiappari e castagne, tuttavolta guadagnava Anime a Gesù Cristo» (5). 

Se vogliamo che tutto questo torni a verificarsi ancora oggi, è necessario che il nostro annuncio non solo ritrovi slancio e dinamicità, ma dica anche con chiarezza e faccia effettivamente incontrare l’autentico volto di Dio come emerge nella croce di Cristo: il Dio della misericordia, della guarigione, della dignità nuova: «Animato dallo Spirito di Dio, non predicava Alfonso che Cristo Crocifisso. Non vi erano frasche nelle sue prediche, ed apparati vani d’inutili erudizioni. Tutto era nerbo, e sostanza, con istile piano, e familiare» (6).

5. Per un rinnovato annuncio: compagni di viaggio
Per quanto il contesto nel quale viviamo possa trovar la debolezza o stoltezza, occorre che in tutte le sue espressioni la comunità cristiana resti fedele alla croce: cioè all’amore misericordioso di Dio che si fa carico della nostra fragilità, non per legittimarla come se il bene o il male non fossero più tali, ma per renderla capace, con la forza e la luce del suo Spirito, di un cammino di autenticità.
Bisogna annunciare Cristo crocifisso, cioè l’«amore ch’esso ci ha dimostrato sulla croce» (7) scrive sant’Alfonso, aggiungendo nei riguardi di se stesso e del suo istituto: «da noi non si parla d’altro che della passione del Redentore, affin di lasciare le anime legate con Gesù Cristo» (8). Di qui la calda raccomandazione a tutti i predicatori: «Bisogna persuadersi che le conversioni fatte per lo solo timore de’ castighi divini son di poca durata… se non entra nel cuore il santo amore di Dio, difficilmente persevererà». Perciò «l’impegno principale del predicatore nella missione ha da esser questo, di lasciare in ogni predica che fa i suoi uditori infiammati del santo amore» (9).

Ne deriva, secondo il nostro Santo, che i contenuti morali dovranno essere articolati e proposti in maniera da far percepire con chiarezza che si tratta di pratica dell’amore, fondata e resa possibile dalla memoria, costantemente rinnovata e approfondita, dell’amore del Cristo. Riconoscendo e valorizzando con cura i ministeri e le competenze in cui lo Spirito l’articola, è urgente che la comunità cristiana entri nella concretezza delle problematiche attuali, soprattutto di quelle che maggiormente interpellano la coscienza: ad esempio, il rispetto e la promozione della vita, i diritti dei deboli e le esigenze della solidarietà, il corretto funzionamento delle istituzioni… La praticità propria della proposta morale alfonsiana è stimolo eloquente in questa direzione. Bisognerà però che in tutto ciò che proponiamo traspaia che è pratica dell’amore, resa possibile dall’anticipo di grazia che il Cristo incessantemente ci concede. 

A questo fine sant’Alfonso non si stanca di sottolineare la necessità, per ogni espressione pastorale, della fedeltà alla “condotta” o allo “esempio” del Redentore. E’ una fedeltà dono dello Spirito, che continua a condurrela Chiesasulle stesse strade su cui ha condotto il Cristo (10). L’evangelizzazione dovrà perciò trovare nel Cristo non solo la verità da annunciare ma anche la via secondo la quale articolare l’annuncio. Incarnazione mediante il dialogo incalzante con la cultura, presenza accogliente e sanante, annuncio franco e al tempo stesso consapevole e rispettoso della fragilità in cui l’uomo è collocato dal peccato: sono passi che ogni evangelizzatore non può non percorrere con coraggio e fiducia. 

L’annuncio da solo non basta, occorre che soprattutto i presbiteri sappiano farsi compagni di cammino di chi si va aprendo al bene. Per sant’Alfonso il predicare sostanzioso e semplice e il confessare misericordioso e paziente costituiscono i due cardini, strettamente correlati tra di loro, di tutta l’azione pastorale. Il secondo costituisce la necessaria personalizzazione del primo e assume sempre le caratteristiche di un momento privilegiato della formazione delle coscienze.

Napoli, Duomo 29 settembre 1996 - Il Cardinale si intrattiene con i sacerdoti.

6. Formazione delle coscienze e annuncio morale
Le difficoltà che il sacramento della riconciliazione continua tuttora ad attraversare non dovrebbero portarci a una resa rassegnata, ma intensificare il nostro impegno per soluzioni efficaci, valorizzando tutte le possibilità che la liturgia rinnovata mette a nostra disposizione.
La Chiesa non sarebbe fedele al Cristo se venisse meno alla ministerialità della riconciliazione, soprattutto in una società come la nostra, che, pur riconoscendone il bisogno, fa tanta fatica per arrivare alla radice delle divisioni e delle contrapposizioni e a trovare i passi autentici della riconciliazione.
Il convincimento di sant’Alfonso, maturato a contatto con la gente più umile e ripetuto in mille maniere e toni fino alla vecchiaia, deve far riflettere soprattutto tutti noi sacerdoti nel delineare i nostri progetti pastorali: il ministero delle confessioni è «il più profittevole per le Anime, e ‘l meno soggetto a vanità per un Operario Evangelico; perché… per mezzo di questo più che per qualunque altro ministero, le Anime si riconciliano immediatamente con Dio, e loro si applica con sovrabbondanza il sangue di Gesù Cristo» (11).
Tutto questo viene esplicitato con un’immagine marinara: «col predicare si gittano le reti, ma col confessare si tirano al lido e si pigliano i pesci» (12).

Nella confessione, come in tutte le altre forme di «servizio della coscienza», va però testimoniato con chiarezza che «punto di forza» «“segreto” formativo» vanno posti «non tanto negli enunciati dottrinali e negli appelli pastorali alla vigilanza, quanto nel tenere lo sguardo fisso sul Signore Gesù.La Chiesa ogni giorno guarda con instancabile amore a Cristo, pienamente consapevole che solo in lui sta la risposta vera e definitiva al problema morale» (13).
E dal Cristo impareremo ad offrire la verità in maniera costruttiva, salvifica, carica di speranza. A questo fine sant’Alfonso insiste sulla necessità di non dimenticare che la verità è sempre medicinale: l’uomo, segnato dalle ferite del peccato e dalla fragilità, ne ha forte bisogno; occorrerà però che essa arrivi a lui in maniera salutare. «Il confessore, scrive il nostro Santo, non solo è dottore, ma anche medico; perciò, in quanto medico, quando prevede che l’ammonizione risulterà in rovina del penitente, deve astenersi da essa. E benché sia anche dottore, tuttavia dato che l’ufficio del confessore è ufficio di carità, istituito da Cristo Signore solo per il bene delle anime, deve certamente insegnare la dottrina, ma solo quella che è giovevole, non già quella che è nociva ai penitenti» (14).

Agire diversamente sarebbe negare o almeno velare la salvificità della verità: «Guardando la fragilità attuale della condizione umana, scrive ancora sant’Alfonso nella Theologia moralis, non è sempre vero che sia più sicuro il condurre le anime per la via più stretta. Vediamo infatti che la chiesa ha più volte condannato tanto l’eccessiva libertà che l’eccessivo rigore» (15).
Oggi la pressione dei media, con cui vengono imposti visioni e stili di vita, chiede un annunzio morale ancora più franco e deciso che nel passato, se non si vuole privare le coscienze degli strumenti indispensabili per il corretto discernimento evangelico. Nella concreta ministerialità alla coscienza, tale franchezza deve però lasciarsi plasmare dalla fedeltà alla «condotta» del Redentore, per poter effettivamente guarire, aprire al bene, mettere in cammino verso la perfezione stessa del Padre.

7. Verso la santità: la speranza in cammino
 La Vergine Maria, la cui gloria fondamentale sant’Alfonso non si stanca di indicare nell’essere icona della misericordia di Dio, si pone allora accanto ad ognuno come “bella speranza”: con la sua accoglienza materna permette anche a coloro che più sono segnati dal peccato e dalle sue amare conseguenze di riprendere forza, camminare, crescere: fino ad arrivare tra i primi nel regno dei cieli.
Di questa speranza il nostro mondo ha bisogno forse più ancora che nei tempi di sant’Alfonso. Questa nostra celebrazione ne vuole essere annuncio e testimonianza, rinnovando e approfondendo il nostro impegno per una evangelizzazione fedele alla chenosi misericordiosa del Cristo. Potremo allora sperimentare la gioia di vedere anche gli ultimi e gli esclusi riprendere coscienza della loro dignità e mettersi in cammino nel bene, fino alla santità. Come Alfonso fin sul letto della sua ultima malattia: ascoltando dall’architetto Giuseppe Mauro il gran bene che si continuava ad operare a Napoli tra gli umili attraverso le cappelle serotine, non poté trattenersi dall’esclamare: Cocchieri santi a Napoli! Gloria Patri!… Voi l’avete inteso: Gloria Patri, cocchieri santi a Napoli (16).

Che sia la gioia delle nostre comunità ancora oggi. Ce lo conceda nella sua misericordia il Padre Celeste, per l’intercessione dello stesso sant’Alfonso. Amen. 

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Note
(1) Th. Rey-Mermet, Il Santo del Secolo dei Lumi, Alfonso de Liguori, Roma 1990, p. 31.
(2) Spiritus Domini, AAS 79 (1987) p. 1365.
(3) Veritatis splendor, n. 106.
(4)Della vita ed istituto del Venerabile Servo di Dio Alfonso M.a Liguori Vescovo di S. Agata de’ Goti e Fondatore della Congregazione de’ preti missionarii del SS. Redentore, tomo I, Napoli 1798, p. 40.
(5) Ivi, p. 41ss.
(6) Ivi, p. 35-36.
(7) Pratica di amar Gesù Cristo: Opere ascetiche, vol. 1, Roma 1933, p. 5.
(8) Foglietto in cui si tratta brevemente di cinque punti su de’ quali nelle missioni deve il predicatore avvertire il popolo…: Opere, vol. III, Torino 1847, p. 289.
(9) Ivi, p. 288
(10) Cfr. Lumen gentium, n. 8.
(11) A. Tannoia, op. cit., p. 39.
(12) Selva di materie predicabili ed istruttive: Opere complete, vol. 3, Torino 1847, p. 77.
(13) Veritatis splendor, n. 64 e 85.
(14) Theologia moralis, lib. VI, tract. IV, cap. II, dub. V, n. 610: ed. Gaudé, vol. III, p. 635.
(15) Lib. III, tract. V, cap. II. dub. I, n. 547: ed. Gaudé, vol. II, Roma 1907, p. 53.
(16) Cf. Th. Rey-Mermet, op. cit., p. 822.