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Redentoristi di Roma-Merulana.
2013 – Ristrutturarci dentro – Note di spiritualità.

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012ottobre2

Redentoristi di Roma-Merulana
Ristrutturarci dentro – Note di spiritualità
di P. Serafino Fiore, C.Ss.R.

Dare anima alle strutture
La ristrutturazione (in atto nella Congregazione) è come un processo, una dinamica di trasformazione personale e comunitaria, che esamina la realtà attuale, valuta le strutture che abbiamo, e si dispone a cambiarle se necessario perché siamo fedeli al carisma, al servizio della missione” (Communicanda 1, 2004, n.31).

Le strutture sono al servizio della persona e del suo desiderio di vita. Da sole esse non significano nulla, se non sono abitate da un clima di fraternità, se mancano dinamiche di animazione nelle comunità, al servizio della missione.
C’è dunque una ristrutturazione interna – intesa come qualcosa che riguarda la nostra anima – alla base di quella fatta di decisioni e di decreti. È la più difficile da realizzare, la più facile da sottovalutare.

Guardiamo agli ultimi decenni. Ci siamo abituati a chiamare “conversione” questo tipo di ristrutturazione. Tutti, dal Governo Generale fino al più giovane confratello, l’abbiamo ritenuta l’elemento base. Senza di essa non saremmo andati da nessuna parte. Di conversione hanno parlato i nostri Capitoli e Assemblee. Ci siamo preoccupati perché ne parlassero i documenti finali delle nostre riunioni, gli stessi che ancora oggi sono custoditi nei nostri archivi, o prendono polvere nelle nostre biblioteche.
Una volta redatto il documento, tornavamo a casa pensando di aver risolto tutto, e dimenticando che il più doveva essere ancora fatto. Col passare del tempo si è accumulata in noi, come lo smog che corrode certi monumenti, una rassegnazione al fatto che la nostra vita non cambierà, né cambierà la nostra missione.

Eppure, in fondo alla nostra anima rimane questo desiderio di vita nuova. Avvertiamo tutti il bisogno di ritrovare semplicità ed essenzialità, in un mondo che invece va in direzione contraria. Avvertiamo il fascino di annunciare al mondo una notizia bella quanto antica. Avvertiamo oggi il richiamo che sconvolse la vita di Alfonso de Liguori: raggiungere gli abbandonati dovunque essi siano, in quelle che papa Francesco ci ha abituati a chiamare “periferie”.

La prima sfida è ammettere di non farcela da soli. Solo la grazia di Dio può “ristrutturarci” dentro. La bellezza del kerigma rimane intatta: in Gesù Cristo l’uomo ha congiunto in modo mirabile la sua sorte con quella di Dio. Dobbiamo rendere credibile questa bella notizia: e lo possiamo fare se la nostra vita è riconciliata con se stessa, con gli altri e con Dio, se la gioia traspare dai nostri volti, se è reale la nostra esperienza di essere amati da Dio, se le nostre comunità accolgono, se le nostre esistenze sono semplici, se ci basta il necessario per vivere.

Dalla tradizione Redentorista
La ristrutturazione interna ha un verbo che più di tutti ne regola i movimenti: decentrarsi, a imitazione di Cristo che “da ricco che era, si fece povero per voi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà”(2 Cor 8,9).
Nel vocabolario Redentorista questo atteggiamento di vita coincide col distacco. Il cuore e lo spirito sono chiamati a libertà interiore, a non strumentalizzare gli altri, a non cercare onori, a non ambire ad altro che all’amore di Dio, fonte del vero servizio al prossimo.

Sant’Alfonso ebbe troppe occasioni per praticare questo esercizio dell’anima. Per lui fare “di Napoli un sacrificio totale a Gesù Cristo” (Tannoia) fu il distacco per eccellenza. Ma non bastò. I primi compagni lo abbandonarono a Scala, mentre a Napoli il suo intento era oggetto di critiche e scherno. Altri uomini si unirono a lui: ma quanta fatica per vedere riconosciuto nel Regno di Napoli il suo progetto!
Una volta approvata la Regola dal Papa, non senza qualche travisamento del suo vero intento, Alfonso divenne “il fondatore”. Ma bastò che fosse nominato vescovo, per accorgersi che qualcosa cambiava con le nuove generazioni. E quando tornò a Pagani, da vescovo in pensione, lo attendeva l’amarezza più grande della sua vita: quella legata al Regolamento, che lo portò a morire fuori della Congregazione riconosciuta dal Papa.
Ogni distacco è sempre lacerante: per Alfonso fu un continuo esercizio per unire la sua volontà con quella di Dio. “Volontà di Dio in cielo, volontà di Dio in terra. Paradiso in cielo, paradiso in terra”. Era uno dei suoi slogan preferiti, ma non di meno dolorosi.

Oggi siamo invitati a coniugare le nostre sfide in termini di distacco. “Non è troppo difficile vedere la ristrutturazione come una sorta di auto-svuotamento”, diceva la Communicanda 2 sulla Redenzione (2006). E aggiungeva: “La riflessione su questo tema è un rifiuto di rimanere abbarbicati alla gloria del passato o di accettare in modo rassegnato i limiti del presente. In realtà, siamo alla ricerca di nuove forme di solidarietà, allo scopo di esprimere la compassione di Dio per i poveri abbandonati”.

Cercare queste nuove vie, e farlo insieme, richiede una grande libertà interiore e un senso acuto del bene comune: la stessa capacità di cercare insieme che caratterizzò la generazione degli anni 1740. Uomini già formati con una propria cultura e personalità, spesso professionisti, che però furono capaci di mettere in comune i loro intenti, al servizio di ciò che più gli stava a cuore, la missione.

Costituzioni oggi
“Conservando sempre il proprio carisma, la Congregazione deve adattare le sue strutture e istituzioni alle esigenze del ministero apostolico e a quelle peculiari di ogni missione” (Cost. 96). Questo monito va letto di pari passo con altre nostre Costituzioni che hanno per oggetto le strutture: sul dovere di rispondere all’evoluzione dei tempi (Cost. 13); sul dinamismo missionario (Cost. 14); sulle nuove iniziative apostoliche (Cost. 15).

Occorre domandarci, con tutta la libertà interiore possibile: le nostre strutture ci hanno portato ad essere diversi da come sant’Alfonso ci ha pensati? Ovviamente non tutti potranno fare scelte radicali o particolarmente innovative. Ci sono gli anziani, ci sono confratelli che resisteranno a mettersi in questione. Ma porsi la domanda è importante. Ancor più necessario è formulare una risposta, perché la nostra missione abbia il carattere di quella fedeltà creativa (Vita consecrata 37) richiesta alla vita consacrata nel dopo Concilio.

Leggi l’originale.

2013 – Roma – I Redentoristi, oggi come ieri, si interrogano sulla fedeltà alla loro missione: perciò sono impegnati in un processo di ri-strutturazione globale all’interno dell’Istituto. In un mondo in continua trasformazione essi si domandano, con tutta la libertà interiore, se le strutture in cui vivono e operano li hanno portato ad essere diversi da come sant’Alfonso li ha pensati. I vari segretariati sono all’opera.

2013 – Roma – I Redentoristi, oggi come ieri, si interrogano sulla fedeltà alla loro missione: perciò sono impegnati in un processo di ri-strutturazione globale all’interno dell’Istituto. In un mondo in continua trasformazione essi si domandano, con tutta la libertà interiore, se le strutture in cui vivono e operano li hanno portato ad essere diversi da come sant’Alfonso li ha pensati. I vari segretariati sono all’opera.

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Febbraio 22, 2014 at 12:00 am da Salvatore
Categoria: Istituto redentorista
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