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7. S. Alfonso e il Papa

Il primo agosto, festa di S. Alfonso, è il giorno del nostro Padre fondatore, che mori proprio il primo agosto1787 aPagani, mentre le campane suonavano l’Angelus del mezzogiorno. Per onorare S. Alfonso, desidero parlare di un aspetto caratteristico della sua vita, l’amore e l’impegno per il Papa, S. Alfonso e il Papa. 

 L’ambiente politico europeo
S. Alfonso ebbe sempre gratitudine nei confronti di Papa Benedetto XIV, e la trasmise ai Rendentoristi, perché nel 1749 approvò la nostra Congregazione, cosa che il re di Napoli non volle mai fare per un dispetto al Papa, una ritorsione per motivi politici. I Redentoristi, pur stimati dai re, che affidarono loro compiti delicati e di massima fiducia, dovettero penare a lungo tutta la loro prima esistenza a causa della situazione generale tra poteri politici e papato allora imperante, frutto del Gallicanesimo, che tendeva a restringere l’autorità della Chiesa di fronte allo Stato e l’autorità del Papa di fronte ai Concili, ai vescovi e al clero.
Da questi principi, specialmente nel 1700, si erano sviluppati vari sistemi di giurisdizionahsmo e di ingerenza dello Stato nella Chiesa noti come regalismo, giuseppinismo, febronianesimo. 

A Napoli il più noto regalista fu il ministro Bernardo Tanucci. Durante la sua lunga reggenza, pur stimando S. Alfonso ed essendo personalmente devoto, perseguitò la Chiesa, non risparmiando affatto i Redentoristi. Vescovi e clero del Regno non dovevano avere altro superiore immediato che Sua Maestà. Perché le disposizioni del Papa fossero valide nel Regno, dunque, dovevano ottenere il regio placet, cioè l’assenso del re. Così si dica del ricorso al Papa. Veniva esercitato un controllo rigoroso su tutti i documenti e atti di Roma: Bolle, Brevi, Encicliche ecc. Vennero così soppressi benefici ecclesiastici, furono ridotte le case religiose e stabilito un numero fisso di ordinandi da non superare, rendendo praticamente impossibile la fondazione di nuove congregazioni. 

Le pubblicazioni favorevoli al Papa furono messe al bando e gli autori puniti con la prigione, la privazione dall’ufficio e vessazioni varie. Come sempre succede sotto tutti i regimi, non si avevano le idee chiare neppure tra gli ecclesiastici. Purtroppo il regalismo fu favorito anche da certe mentalità del clero e dei religiosi che spesso ricorrevano al re, all’autorità civile, nelle loro controversie private e contro i superiori.  

Le posizioni di S. Alfonso
S. Alfonso scese per la prima volta in campo sul primato del Papa nel 1748. Ma è a partire dal 1762, dopo il patto di famiglia tra le corti borboniche fortemente regaliste, che gli interventi di Alfonso si fanno numerosi. Abbiamo detto dei pericoli che correvano i difensori del Papa, ma Alfonso, quando si trattava di difendere l’onore del Papa e l’ortodossia della fede, rischiava tutto, anche la distruzione totale della sua amata congregazione. E appunto nel 1762 pubblica: Riflessi spettanti alla dichiarazione dell’Assemblea di Francia circa l’infallibilità del Papa. Si tratta di un’opera polemica contro i sofismi e le obiezioni gallicane in materia di giurisdizione e di potestà del Papa. 

Qualche anno dopo, nel 1767 pubblicò una delle sue opere più importanti a carattere dogmatico: Verità della fede, in cui tracciava la storia, esponeva la dottrina e ribatteva gli errori intorno al primato e all’infallibilità del Papa. L’approvazione dei censori ecclesiastico e regio tardava ad arrivare. S. Alfonso ne conosceva bene il motivo, come scrive all’Editore Remondini: «perché in fine vi sono due capitoli ove difendo la superiorità del Papa sovra i Concili e la sua infallibilità in tutte le definizioni di fede. Ma perché oggi, secondo la moda, corrono le massime francesi, temo da qualche amico del partito [regalista ‑ gallicano] che non mi si faccia qualche contraddizione [cioè opposizione]». E conclude: «Tempi miserabili! Non possiamo neppure difendere forse l’autorità del nostro comune Padre e Vicario di Cristo». 

Nel frattempo, nel 1763, era uscito in Germania in latino, ma veniva diffuso anche in francese, tedesco, portoghese e italiano, un libro dal titolo: Della Costituzione della Chiesa e della legittima potestà del Romano Pontefice. Ne era autore il vescovo tedesco Nicolò de Hontheim sotto lo pseudonimo di Giustino Febronio. 

Sosteneva, in sintesi, che il Papa non era il Vicario di Gesù Cristo e il Capo visibile della Chiesa, titoli usurpati a danno dei vescovi. Tutt’al più gli veniva riconosciuta una distinzione di onore, mala sua autorità non si estendeva su tuttala Chiesa, bensì solo sulla diocesi di Roma. Le sue decisioni sono valide perla Chiesauniversale solo sotto la sorveglianza dei vescovi e del beneplacito dell’autorità civile dei vari Stati. Le decisioni in materia di fede erano obbligatorie per tutti i cattolici, solo se esaminate e confermate da tuttala Chiesarappresentata dal Concilio ecumenico o generale. 

Sebbene subito condannata dal Papa Clemente XIII, questa dottrina, che prese il nome di Febronianesimo, fu sponsorizzata e fatta propria dai regalisti. Inoltre, grazie anche alle traduzioni, andava prendendo piede in Europa.
Ma S. Alfonso vegliava dal suo osservatorio di Sant’Agata dei Goti, e si mise all’opera anche a costo di vedere la sua Congregazione sparire, come poi successe alla Compagnia di Gesù. «Per difendere il Papa ‑ aveva scritto ‑ bisogna saper anche morire» e «Parlandosi della potestà del Papa io sono pronto a dar la vita per difenderla perché, tolta questa, io dico che è perduta l’autorità della Chiesa». 

Abile catechista, espositore conciso e chiaro (ne era cosciente: «L’impegno mio è di scrivere le cose con una tal chiarezza che le capiscano tutti. E mi dicono la gente che in ciò hanno qualche pregio l’opere mie, perché ci sono spiegate con chiarezza le cose più difficili») (…) in una lettera non aggredisce tutta l’opera (in tre volumi) del Febronio, ma va al cuore della questione: «scriverò solamente sovra il punto principale (Primato) dal quale dipendono tutte le conseguenze che ne ricava il Febronio». Farà un libro breve « a differenza di tanti grossi volumi che vedo scritti contro Febronio, i quali poco saranno comprati e poco letti, per essere così voluminosi e di spesa». Lo scriverà in latino, così lo leggerà anche Febronio, e a poco prezzo. « Mi costerà un poco di spesa ‑ scrive al Remondini ‑ ma pazienza; giacché questa è cosa a favore della chiesa in questa grande tempesta che passa». Per sicurezza affida l’opera al Remondini, ma temendo che ne venga impedita la stampa o che il testo venga confiscato e distrutto, chiede di non mettere l’intestazione della Tipografia e di farne autore un certo Onorio degli Onori.
L’opera uscì con il titolo La potestà del Romano Pontefice vendicata dagli attacchi di Giustino Febronio. Operetta di Onorio degli Onori 1768.  

Solidarietà di S. Alfonso al Papa
Per vent’anni Alfonso continuò le sue battaglie. Il testimone fu raccolto dai suoi figli. Ebbe un grande influsso nelle decisioni del Concilio Vaticano I che nel 1870 proclamò l’infallibilità del Papa, il libro «Du Pape e du Concil» nel quale il redentorista belga padre Jacques raccolse i diversi scritti di S. Alfonso editi dal 1748 al 1768, e di cui un altro redentorista, il Cardinale belga Augusto Deschamps, si fece valido paladino nel Concilio. 

Non soltanto con gli scritti, ma anche con l’esempio e le parole S. Alfonso fu sempre vicino al Papa con l’affetto e la docilità. Per lui era un dogma: «Volontà del Papa, volontà di Dio», anche quando questo gli costava terribilmente.
Farò soltanto alcuni riferimenti.
Nel 1762, quando aveva sessantasei anni, fu nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti da Clemente XIII. Fece di tutto per evitare la mitra, inviando memoriali dove esponeva il suo stato precario di salute ed altre difficoltà ritenute gravi. Il Papa lo volle vescovo. Quando il documento papale giunse a Pagani, i confratelli glielo consegnarono con mille cautele. Apertolo, «Gloria Patri ‑ esclamò ‑ poiché il Papa vuole che io sia vescovo, io voglio essere vescovo. Volontà del Papa, volontà di Dio!». 

Nel 1765 il Papa Clemente XIII si oppose alla soppressione dei Gesuiti richiesta con forza dalle corti borboniche. Alfonso fu uno dei pochi che si complimentò con il Papa e l’incoraggiò per la « La Bolla Apostolicum pascendi che ha rallegrato tutti i buoni. Specialmente me miserabile che tanto la stimo». 

Il Papa, grato, rispose: «Amiamo particolarmente in voi quest’amore della giustizia, questa grandezza d’animo, questa libertà veramente episcopale, che vi fa superare ogni rispetto umano, per dire senza timore quello che pensate riguardo alla Compagnia ed ai suoi difensori». 

Purtroppo le corti borboniche, che dominavano quasi tutta l’Europa, non cessarono la loro battaglia contro i Gesuiti. Per evitare una catastrofe, Clemente XIV nel 1773 fu costretto a sopprimere la Compagnia.
S. Alfonso, alla lettura del Breve, cadde in ginocchio, come colpito da un fulmine, in silenzio. Poi esclamò: «Volontà del Papa, volontà di Dio!». Un giorno trovandosi con alcuni dignitari ecclesiastici della diocesi, questi criticavano il Papa per la sua decisione. « Povero Papa ‑ interruppe Alfonso ‑ che poteva egli fare nelle penosissime circostanze in cui si trovava, quando tutte le corone s’univano per esigere la soppressione della Compagnia?». 

Il Papa, angosciato per l’esito e con i regnanti cattolici che, invece di placarsi, infierivano sempre di più, fu preso da tetraggine, da profonda depressione. Era sempre malinconico e chiuso in sé. S. Alfonso, informato dello stato di salute del Pontefice, nelle sue lettere ai confratelli e ad altre persone non fa che chiedere preghiere. «Io non so altro che ripetere: povero Papa! povero Papa! afflitto da tutte la parti. Prego sempre per lui, perché il Signore lo aiuti. Il Papa sta sempre chiuso nei suoi appartamenti e non vuole ricevere nessuno: non si occupa degli affari e bisogna pregare in modo speciale per lui e per la Chiesa». I suoi pensieri, il suo cuore erano a Roma, accanto al Papa. « Pregate per il Papa, come lo faccio io pure continuamente, poiché mi scrivono che, non potendo egli sopportare il dolore alla vista dei grandi mali della Chiesa, desidera la morte».  

La celebre bilocazione
La mattina del 21 settembre 1774, come al solito, Monsignor de Liguori aveva celebrato la messa e poi, invece di ascoltarne una seconda in ringraziamento, come soleva, si ritirò in camera sua e si addormentò adagiato sulla poltrona. Questa stranezza impressionò il personale che si mise a spiarlo dalla fessura della porta. Alfonso giaceva immobile, con gli occhi chiusi, adagiato sulla poltrona. Il tempo passava. Allora avvisarono il Vicario Generale che, osservato il vescovo, disse di non disturbarlo.
Fecero dei turni di veglia. La cosa durò fino al giorno seguente. Riferisce il Tannoia: «La mattina del 22 [settembre] non aveva mutato posizione ma, verso le sette suonò tutto ad un tratto il campanello per dire che voleva celebrare la santa messa. I domestici accorsero con prestezza. ‑ Ma perché tutta questa gente?, disse il vescovo in tono di sorpresa; che c’è dunque di straordinario? ‑ Dimandate quel che c’è di straordinario?, risposero. È un giorno che non parlate, che non mangiate, che non date segni di vita! ‑ È vero, è vero, rispose il santo. Ma non sapete che sono stato ad assistere il Papa, che già è morto?». E li invitò a celebrare con lui l’Eucaristia in suffragio del Papa.
Ma quelli non ci volevano credere e non celavano dubbi e perplessità. Pochi giorni dopo arrivò la notizia che il Papa era morto effettivamente nella notte, tra il 21 e il22, in serenità. È il celebre fatto della bilocazione, non il primo nella vita del Santo. Alfonso è stato così vicino al Papa da meritare di assisterlo, di consolarlo nella sua estrema malattia, nel passaggio supremo.  

Nella basilica di S. Pietro in Roma, nell’abside, a sinistra c’è la statua di S. Alfonso. Pochi giorni fa, recatomi ad onorare il Principe degli Apostoli, osservandola, ho pensato: Ma guarda! guarda il Signore come l’ha benedetto! Sta lassù, proprio vicino alla cattedra di S. Pietro, che lui ha difeso e per il cui primato si è battuto, è stato disposto anche ad andare in prigione, a far sopprimerela Congregazione, a perdere tutto, ma non a cederé in niente.
Sta lì, al primo posto, in alto. Il Signore lo ha fatto porre vicino a quella cattedra che lui ha così caparbiamente e con tanta bravura difeso. 

 

da Roma 1 agosto 1996
P. Vincenzo Ricci 

Bernardo Tanucci, potente ministro del Regno di Napoli, fu l'acceso paladino del potere regale contro l'autorità del Papa; stimava molto S. Alfonso, ma a causa del suo regalismo gli procurò non poche preoccupazioni e sofferenze.

 

La celebre bilocazione di S. Alfonso che assiste Clemente XIV nella sua morte (Quadro in Roma-Merulana).

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Novembre 6, 2011 at 12:01 am da Salvatore
Categoria: Il suo tempo, Profili biografici, Temi storici specifici
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