Volete farne un soffritto

Il cammino del vescovo Alfonso Maria de Liguori: 1762-1775.
42.
Volete farne un soffritto?

 Volete farne un soffritto?
La rinunzia di S. Alfonso all’episcopato, di cui tanto si parlava con timori e speranze, venne accettata ufficialmente il 26 giugno 1775, com’è indicato negli atti della Dataria Apostolica.
All’annunzio datone dallo stesso Santo crollarono di punto in bianco tutte le pie illusioni. Egli n’era visibilmente soddisfatto. Qualcuno celiando rilevò che ora appariva quasi raddrizzato. E il Santo rispose con una battuta spassosa: “Sì, perché mi ho levata la montagna del Taburno da sopra il collo“.
Si disponeva a fare gli addii, dai quali emanava quella tenerezza di san Paolo per i cristiani efesini sulla marina di Mileto.
Il pensiero del distacco percorse la diocesi commovendola: si cominciava a valutare meglio il dono che ora venivano a perdere. Il rimpianto fu generale. Nessun diocesano restò indifferente.
Ai diletti seminaristi lasciò i propri libri; ai Padri Cappuccini, suoi validi cooperatori, donò alcuni vasi da fiori, in cui soleva coltivare le tuberose per l’altare eucaristico.
Alle monache di Frasso inviò un biglietto: “Del resto se mi parto, non lascerò di raccomandarvi a Dio come mie figlie, e spero di vedervi in paradiso arrivate da sante”.

Sensibile riusciva la partenza di lui per le Suore Redentoriste, che aveva chiamate da Scala (SA) nel 1766.
La superiora Suor M. Raffaella della Carità, conoscendo prossima la partenza di Monsignore per Pagani gli scrisse in Arienzo una lettera filiale, pregandolo con audacia di lasciare al monastero il cuore con una clausola nel testamento. Forse ricordava il gesto di Mons. Tommaso Falcoia, morto nel 1743 a Castellamare di Stabia, che fece un simile lascito alle Redentoriste di Scala.
Sant’Alfonso nel leggere questa petizione sorrise e per non fomentare in alcun modo il sentimentalismo rispose con ironia tagliente: “Io ho tenuto sempre la Madre Raffaella per una donna savia, ma mo’ ci ho perduto il concetto. Del mio cuore che ne vogliono fare? Un soffritto? L’anima è quella che importa, che poi per il corpo, se mi vogliono bene, lo diano a mangiare a’ cani”.
La serafica Suora, che aspettava una risposta uguale a quella che san Francesco di Sales indirizzò alla Madre Chantal, si sentì venire i brividi agli accenti caustici di Monsignore, ed era desolata.
Il Santo volle consolare tuttavia l’ottima comunità, che si riputava da tutti l’opera più degna e gloriosa per Gesù Cristo, la più onorifica per lui e la più utile per la città di S. Agata, regalando una nuda croce di legno, su cui vi era dipinto l’emblema della:Passione. Il Vescovo la teneva nel salotto e soleva baciarla nell’entrare ed uscire dalla propria camera: donandola alle Redentoriste impartiva una lezione austera che doveva perpetuarsi nel chiostro al di là delle tenerezze umane con la visione incomparabile della fecondità del sacrificio.
(Oreste Gregorio, Monsignore si diverte, pp.152-153.)

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Galleria di statue di S. Alfonso vescovo
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Statuetta di S. Alfonso nel Museo Gerardino in Materdomini (AV).