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6. SESTO GIORNO (28 luglio)
Dalla elezione sino alla consacrazione di Vescovo di S. Agata de’ Goti.
(dall’ anno 65 sino a 66 di sua vita).

E’ questa l’ epoca in cui il Beato Alfonso soffre una persecuzione, che secondo la stima degli altri starebbe stimata una conquista onorevole. Correa l’ anno 1761, e sessantesimo quinto dell’ età di Alfonso, quando la fama della sua Santità mosse il Cardinale Spinelli a proporlo per Vescovo di S. Chiesa. Riferì a Carlo III, Re delle due Sicilie, d’ immortal memoria, le qualità di Alfonso, ed i prodigj che operava nel corso delle sue missioni. L’ accorto Sovrano vedendo che vacava la sede Arcivescovile di Salerno lo prese di mira per farlo succedere Arcivescovo. Appena lo seppe Alfonso e volò in Napoli, parlò fortemente col Cappellano Maggiore Monsignor Rosa Vescovo di Pozzuoli, indi col Marchese Brancone Segretario del Re, e con tale energia seppe fissare gli animi di questi due personaggi, che s’ impegnarono presso il Re a far conferire ad altri il detto Arcivescovato.

Fatta questa rinunzia si calmò lo spirito umilissimo di Alfonso. Nel 1762 vacò la chiesa di S. Agata de’ Goti. Il Pontefice Clemente XIII, per l’ alta stima che aveva di Alfonso, lo elesse per Vescovo di quella Chiesa. Fu chiamato da Monsignor Nunzio di Napoli, e ne ebbe l’ avviso. Al sentirlo tremò, impallidì, e tornò quasi semivivo in casa. Fece una rispettosa lettera al Pontefice esponendo la sua cadente età, gli  incomodi di sua salute, il voto di non accettare dignità fuori della Congregazione, e la mancanza di quelle doti che sono necessarie per un Vescovo. Lo pregava infine di accettare la sua rinunzia, che egli la presentava ai piedi del Pontefice, penetrato dai sentimenti i più vivi di dolore, e di tristezza per il timore di addossarsi senza merito una dignità cotanto difficile.
Aspettava con cruccio la risposta del Pontefice. In quei giorni le preghiere, le mortificazioni furono continuate. Venne la risposta coll’ assoluto precetto del Santo Padre di accettare il Vescovato. Ammutolì piangendo Alfonso a questo comando, e ne ricavò una mortale infermità. Finalmente ripete queste parole più volte: Obmutui, et non aperui os meum, quoniam tu fecisti.
Tutta la sua Congregazione con sentimenti di estremo dolore intese una tale promozione, e radunato un Capitolo generale lo confermarono per Superiore perpetuo, ancorchè Vescovo, colla facoltà di lasciare un suo Vicario. Ed affinchè Alfonso non avesse incontrario difficoltà fecero approvare detta elezione dalla Congregazione de’ Vescovi e Regolari.

Nel mese di Giugno col Padre Villani, suo Direttore, partì per Roma. In Velletri fu ricevuto dal Cardinale Spinelli seniore tra i più teneri e sinceri amplessi. Passò in Roma, indi in Loreto, dove visitò l’abitazione della Vergine. Ivi dimorò per quindici giorni. La divozione, la tenerezza, la gioja che dimostrò in questa dimora, attestò il Padre Villani, che non si poteva esprimere da lingua umana. Ritornò da Loreto, e si presentò dal Pontefice, da cui fu accolto con tutto l’ affetto, e lo trattenne seco per tre ore a conferire di cose importantissime. Spesso lo volle alla sua udienza. Disse all’Arcivescovo di Napoli D. Paquale Mastrillo queste parole: Alla morte di Monsignor  Liguori abbiamo un ‘altro Santo nella Chiesa di Gesù Cristo.
Dimorando in Roma più volte si flagellò sino al sangue, e dormì sulla nuda terra. A’ quattordici di giugno del 1762 fu consegrato Vescovo di S. Agata de’ Goti avendo anni 66 di sua vita.

MEDITAZIONE SESTA
Il Beato Alfosno eroico nell’ umiltà perchè: 1. Ebbe sempre bassa idea di sè; 2. Si mostrò sempre inferiore agli altri.

I. PUNTO
Considera come il Beato Alfonso comincia il suo spirituale innalzamento della più profonda umiltà. Considerava sèestesso come un nulla avanti alla Maestà di Dio. Era così penetrato dalla cognizione della propria miseria, e debolezza, che si dichiarava per uno inutile istrumento nelle mani di Dio. Chi son io, diceva Alfonso, innanzi a Dio ?  Io veramente sono un verme, e non un uomo; io sono l’ infima creatura del mondo. Che trovo in me, che non sia di Dio?  Dio mi ha dato la vita, e me la conserva. Dio mi da il talento, e la forza per impiegarlo. Dio mi da la voce, ed il respiro per parlare. Se cammino, se scrivo, se sento, se predico, tutto lo fa Iddio. I soli difetti sono miei.
Piangeva il Beato Alfonso, che non era un istrumento corrispondente ai disegni di Dio. Quanto più contemplava la Divina grandezza tanto più si umiliava nella bassa cognizione di se medesimo. Che meraviglia che il Signore poi l’ avesse tanto innalzato prima, e dopo la sua morte.
Anima superba, ammira l’ umiltà del Beato Alfonso, egli era ricco di tanti doni di natura e di grazia, e si umiliava sino a dichiararsi un niente. Tu sei misera di doni naturali, più misera di doni di grazia, e miserabilissima per tanti peccati commessi , e pure hai la temerità di ‘insuperbirti, e di gloriarti di te medesima!
Ah mio caro Beato, ottenetemi dal Signore la grazia di conoscere me stesso. Fatemi conoscere lo stato infelicissimo dell’ Anima mia, affinchè io potessi ricorrere a Dio e dirgli col cuore contrito, ed umiliato: Domine, propitius esto mihi peccatori.
Se mi umilio avrò speranza di perdono; ma se sono superbo non sarò per il Paradiso, avrò Dio, che mi resisterà, e sarò nel regno dei superbi, che è l’ Inferno.

II. PUNTO
Considera, come il Beato Alfonso non solo si umiliò sempre davanti a Dio, ma anche avanti agli altri. Era una confusione per chiunque parlava con Alfonso, il sentire il basso concetto, che avea di se medesimo, e con quanta sincerità lo manifestava.
Fin da fanciullo fu così umile con i suoi superiori, che non fu mai corretto, e sempre ammirato nell’ esercizio di questa virtù. Sempre ricusò qualche incarico onorevole, che gli fu dato. Amava di nascondersi per non farsi nominare con lode.
Eletto per superiore, manifestò più volte la sua incapacità ed allora accettò quando ebbe l’ ubbidienza dal suo Direttore. Si esercitava negli ufficj più vili, e bassi, come se fosse stato il servo infimo di tutti.
Nelle missioni si assegnava sempre agli esercizj più faticosi, e meno lodevoli, secondo il pensare degl’ uomini. Se comandava qualche cosa ai suoi sudditi non pareva un superiore, ma un servo, che prega.
Nelle sue prediche, si dichiarava sempre per il più gran peccatore. Nelle confessioni coll’ umiltà moveva i cuori più duri, ed ostinati.  Più volte rinunciò il Vescovado, dicendo: Io non sono capace di tanto onore, né mi fido di sostenere un tanto peso: questa dignità si deve dare ai meritevoli, non già a me, che sono un servo inutile. Anche con gl’ inferiori si umiliava tanto, che i servi, i fratelli laici, e tutti restavano confusi a sentirlo parlare con tanta umiltà.
O umiltà del mio caro Beato Alfonso!  E perchè io insensato amo di comparire, di essere lodato, di essere stimato, e di superare tutti gli altri?  O miseria mia!  Spero da voi, mio Beato Alfonso spirito di umiltà, io che sono il più miserabile di tutti. Voglio confessare innanzi al Cielo, ed alla terra la miseria mia per trovare misericordia presso ma Maestà del Signore.

Affetti e Preghiere
Inorridisco se rifletto allo stato dell’ anima mia. Un’ anima senza virtù, senza meriti, e forse senza grazia e senza Dio e così temeraria, e superba?  Dove sono in me le qualità per sollevarmi sulla mia bassezza?  Manca in me la scienza, la sapienza, il consiglio per regolare me stesso. Manca in me la religione, l’ onestà vera, e la pietà. E pure io son superbo? La superbia mi ha privato del senno, mio Beato Alfonso, dalla vostra profonda umiltà imparo a condannare la superbia mia.
Voi ora siete ricco di gloria, perchè foste eroico nell’ umiltà. Ed io, se non muto la strada, che ho battuta fin ora, dallo stato di superbia passerò nelle miserie, e nelle pene dell’ inferno.
Voi dunque dal Cielo speditemi una grazia, che mi faccia conoscere lo stato mio infelicissimo. Io mi umilio innanzi a Dio, ed a voi. Mi voglio umiliare innanzi a tutti, perchè umiliandomi spero di trovare pietà, perdono, e salvezza.

CANZONCINA composta dal Beato
Selva romita e oscura,
Che col tuo mesto orrore
Sembri nel mio dolore
Fatta compagna al cor.

Abbi tu dunque amica
Pietà del mio tormento,
Lasciami al mio talento
piangere e sospirar.

Piango, né può giammai
finire il pianto mio,
Finchè il mio caro Dio
Non torno a ritrovar.

Dove mio ben tu sei?
Dove da me ne andasti.
Lontano, e mi lasciasti,
Misera senza Te ?

Dov’ è quel tempo, oh Dio !
Quando il mio sposo amante
Col suo divin sembiante
Tutta mi consolò ?

Quando in soave sonno
Con dolce stral d’ amore
Prima ferimmi il core,
E poi me lo rapì?

Quando d’ amore accesa
Andava io sospirando,
E mi cresceva, amando,
Il bel desìo d’ amar.

Ahimè come la calma
Poi si cangiò in tempesta,
Sicchè del Ciel funesta
Parmi la luce ancor !

Dove mi porto o guardo,
Orrore io vedo, e sento:
Tutto mi fa spavento,
Tutto m’ è pena, e duol.

Ahi che mi vedo sempre
abbandonata e sola;
né mai chi mi consola
Trovo nel mio dolor.

Mi strazia, e non m’ uccide
Spietata ognor la morte;
E chiuse oimè le porte,
Scampo non vedo più.

Vorrei fuggir, ma dove
Posso trovare aita,
Se chi può darmi vita
Fugge lontan da me ?

Amato mio soccorri,
Vieni se m’ hai lasciata:
Vedi che sconsolata:
Sempre sospiro a Te.

Placati meco ormai,
E torna a me, mia vita;
E se Tu m’hai ferita,
Sanami ancora Tu.

So ben che di fuggirmi
Giust’ hai ragion, mio Bene,
Ma pur le tue catene
Vedi ch’ io porto ancor.

E se per me non mai
Vi fosse, oh Dio! Perdono;
Sappi che tua pur sono,
E sempre tua sarò.

T’ amo, se ben mi vedo
Nemica agl’ occhi tuoi,
Fuggimi quanto vuoi
Sempre ti seguirò.

Massime del Beato

  • L’ umile è benedetto da Dio in tutte le sue opere , ed il superbo non conduce a fine ciò, che comincia.
  • L’umile è amato, e ben veduto da tutti;  ma il superbo è in abborrimento presso di tutti.
  •  L’ umile non perde mai la fede, la pace, e l’ allegrezza; il superbo all’ incontro è sempre in tempesta, ed in guerra.

Miracolo 6
Il signor D. Vincenzo Massaro, Sacerdote di Foggia, fu colpito da un colpo apoplettico, con vomito di sangue, convulsioni e febbre. La complicazione di tanti mali lo ridussero vicino a morire. Stava dunque in agonia assistito dai Sacerdoti, e già i parenti preparavano l’occorrente per i funerali. Una persona amica di detta casa, portò un immagine del Beato Alfonso, e l’ applicò sulla fronte del moribondo. Ecco all’ improvviso cessate le convulsioni, il vomito, e tutti i sintomi della vicina morte. Si alza immediatamente dal letto. Cammina per tutta la casa. Indi a poco esce per Foggia; ed al vederlo gridarono tutti: Gran miracolo del Servo di Dio. L’ infermo guarito, i medici, e Sacerdoti assistenti contestarono un gran miracolo per gloria del Signore, e del suo Servo Alfonso.

Ex voto anonimo su tela - S. Alfonso, vestito da vescovo, interviene per una grazia. (Pagani, Museo Alfonsiano).

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Luglio 28, 2011 at 12:05 am da Salvatore
Categoria: Hanno scritto di lui, Istituto redentorista, Liturgia e devozioni
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