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20. S. Alfonso e la preghiera.

Il “Dottore della preghiera” [i titoletti sono redazionali]
S. Alfonso de Liguori è stato chiamato il «dottore della preghiera». Questo appellativo che si era imposto all’attenzione degli studiosi e dei semplici cristiani fu riconosciuto autorevolmente da Pio XI in un discorso ai direttori diocesani dell’Apostolato della Preghiera in Italia in cui definì S. Alfonso «il gran Dottore della preghiera». Il titolo è appropriato e corrisponde alla verità storica, perché è la preghiera che qualifica in maniera unica e inconfondibile il fondatore dei Redentoristi, religioso, missionario, vescovo egli ne fece l’anima della sua vita e della sua attività.
Divenuto egli stesso preghiera vivente, S. Alfonso pregava otto ore al giorno. Dobbiamo imparare tutti da lui, da questo esempio luminoso a pregare. A tutti egli raccomanda questo gran mezzo. Ai predicatori, ai confessori, ai pastori di anime rimprovera a più riprese il silenzio su questo punto. «Quel che più mi affligge ‑ scrive ‑ vedo che i predicatori e i confessori poco attendono a parlarne ai loro uditori e penitenti e vedo anche che i libri spirituali che oggi corrono per le mani neppure ne parlano abbastanza, quando tutti i predicatori e confessori e tutti i libri non dovrebbero insinuare altra cosa che questa: pregare».
Nelle Regole della Congregazione del SS. Redentore egli prescrive ai suoi religiosi un programma intenso di preghiera, in modo che la loro giornata sia tutta immersa nel pensiero di Dio e dei suoi misteri. Inoltre, nelle missioni popolari non devono mai tralasciare la predica sulla preghiera e devono stabilire nelle parrocchie un regolamento sulla pratica di essa. Scrittore, Alfonso pubblica libri sulla preghiera personale e liturgica e torna con insistenza sull’argomento nelle opere dogmatiche, morali, ascetiche nelle quali molti capitoli li chiude con l’invocazione a Dio, a Cristo e Maria. Compendia il suo pensiero sulla necessità, sul valore, sulle condizioni della preghiera, nel libro IL gran mezzo della preghiera, scritto nel 1759 (aveva sessantatre anni), che ritiene la più importante delle sue opere, tanto che desidera diffonderlo con ogni mezzo per farlo conoscere a tutti, come lui stesso dichiara: «Io non ho questa possibilità, ma se potessi vorrei di questo libro stamparne tante copie quanti sono tutti i fedeli che vivono su questa terra e dispensarne ad ognuno, affinché ognuno intendesse la necessità che abbiamo tutti di pregare».  

La preghiera: “il gran mezzo” della salvezza.
All’origine di questo fatto, unico nella storia della spiritualità, in cui si pone la preghiera come cardine e punto di riferimento costante, c’è una convinzione personalissima di S. Alfonso sul compito di essa nel destino eterno dell’uomo. Egli, che aveva una sensibilità acutissima, sperimentò in maniera tragica il mistero della salvezza, l’avvertì con angoscia, come il problema dell’essere o non essere. Scrive: « Il negozio dell’eterna salute è il negozio che importa tutto. Importa la nostra fortuna o la nostra rovina eterna. Esso va a terminare all’eternità, vale a dire a salvarsi o a perdersi per sempre, ad acquistarci un’eternità di contenti o un’eternità di tormenti, a vivere una vita o sempre felice o sempre infelice. Può essere che io mi salvi. Può essere che io mi perda». 

C’è in S. Alfonso qualcosa di drammatico e di angoscioso che si agita nel sottosuolo della sua anima, che improvvisamente si denuncia con nostra sorpresa. Un senso pessimistico e tragico della sua natura e del suo possibile destino di uomo; il sentimento abissale dell’anima di fronte alla sempre aperta avventura del peccato. Scrive: «Dobbiamo tutti persuaderci che noi siamo come sulla cima di un monte, sospesi sull’abisso di tutti i peccati e sostenuti dal solo filo della grazia. Se questo filo si spezza, noi certamente cadiamo in tale abisso e commetteremmo le scelleraggini più orrende».
Ebbene, secondo la sua convinzione indiscutibile, la salvezza si raggiunge solo, ma certamente, con la preghiera, perché soltanto con la preghiera si ottiene la grazia che salva. C’è un legame indissolubile tra preghiera, grazia, salvezza. Vediamola preghiera nell’opera di salvezza, secondo il pensiero di S. Alfonso, fondata su ragioni tratte dalle Scritture, dai padri della Chiesa, dai concili e dai teologi. Egli dichiara insistentemente che la salvezza dipende dalla preghiera, fino a farne un principio fondamentale della sua spiritualità, un’idea madre della sua teologia. È questo il leit motif del Gran mezzo della preghiera come si avverte fin dall’inizio. Scrive: «Io stimo di non aver fatto opera più utile di questo libretto in cui parlo della preghiera per essere essa un mezzo necessario e sicuro a fine di ottenere la salute e tutte le grazie necessarie, che per quella ci abbisognano. Vedo da una parte questa assoluta necessità della preghiera tanto per altro inculcata da tutte le sante Scritture, da tutti i santi Padri. E all’incontro vedo che poco attendono i cristiani a praticare questo gran mezzo della loro salute».
Secondo la mentalità predominante nel suo tempo, S. Alfonso, discepolo del concilio di Trento che aveva rivendicato il valore della persona contro il protestantesimo, ed erede della devotio moderna, mette di solito l’accento sulla preghiera individuale. Le sue formule riguardano prevalentemente la vicenda del singolo. Egli vede ogni uomo nella nudità del suo essere, nella coscienza del suo peccato, nell’incertezza del suo futuro, nel timore del destino eterno, che grida a Dio perché lo perdoni, lo aiuti, lo salvi. Questa concezione ha una grande importanza psicologica perché fa leva sulle risorse dell’individuo e lo impegna per la sua salvezza. Ma S. Alfonso non poteva restare nella solitudine dell’io, dell’individuo, perché la sua vita e la sua professione di sacerdote, di missionario e di vescovo lo misero a contatto ininterrotto cogli altri, con i quali si senti totalmente coinvolto. Quindi egli pregò e chiese di pregare per le varie categorie di persone, per la sua Congregazione, per la diocesi, per tuttala Chiesa. Sentì veramente, come S. Paolo, la «sollecitudine di tuttala Chiesa». 

 La preghiera ottiene la salvezza degli altri
La salvezza degli altri ha da essere oggetto e scopo della preghiera del vero cristiano, che deve imitare Cristo e collaborare con lui alla redenzione del mondo. Ogni cristiano è missionario.La Chiesa, come dice il Concilio, è essenzialmente missionaria. La preghiera del cristiano deve estendersi alle anime purganti perché anche queste sono nel Corpo mistico di Cristo. Benché non siano più in questa vita, tuttavia non lasciano di essere nella comunione dei santi. Dice S. Agostino: « Le anime sante dei morti non sono separate dalla Chiesa». Risulta da questa affermazione che S. Alfonso colloca la preghiera nell’insieme della comunità di salvezza:la Chiesaola Comunitàdei salvati.
In tale contesto egli introduce il ricorso ai santi che sono in cielo o che vivono ancora in terra, «ricorso certamente utile per la nostra salute». Per provare la sua tesi riferisce vari passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, specialmente delle lettere di S. Paolo e conclude con la dichiarazione del Concilio di Trento: «Cosa buona e utile è invocare umilmente i Santi e ricorrere alla loro intercessione e al loro aiuto per impetrare da Dio la grazia per mezzo del Figlio suo Gesù». Dalle affermazioni precedenti si vede che S. Alfonso è consapevole di una dimensione molto ampia della preghiera che trascende la sfera individuale e si colloca nell’insieme dell’opera salvatrice di Dio in cui svolge un ruolo determinante per tutti. Per i singoli e perla Chiesavale la sua famosa massima: «Chi prega certamente si salva. Chi non prega certamente si danna». 

Con la sua visione della preghiera S. Alfonso si inserisce nell’evento della redenzione così come è stata pensata da Dio e attuata nel tempo. Cristo ha salvato il mondo non solo con la parola, con la passione e morte, ma anche in maniera efficace e determinante con la preghiera. La preghiera dell’uomo che in quanto al suo vero contenuto è l’accettazione della volontà di Dio che vuole la salvezza di tutti, partecipa all’opera redentrice di Cristo, venuto nel mondo per fare la volontà del Padre.  

Preghiera e grazia
L’attuale economia della grazia è essenzialmente e intrinsecamente una sublime economia della preghiera. Su questa verità S. Alfonso fonda la sua teologia della preghiera. Si è visto che la salvezza, nel suo pieno significato, si raggiunge con la preghiera. Ma a sua volta la preghiera è un dono di Dio, è grazia che ottiene altri doni, altre grazie. « È vero ‑ dice S. Alfonso ‑ che le prime grazie, le quali vengono senza nostra cooperazione, come sono la vocazione alla fede e alla preghiera, Dio le concede anche a coloro che non pregano», nulladimeno bisogna ritenere con S. Agostino che le altre grazie, e specialmente il dono della perseveranza, cioè il dono di morire in grazia di Dio, non si concedono se non a chi prega». Quindi la preghiera è assolutamente necessaria, tesi che S. Agostino dimostra fondandosi sulla Rivelazione e sulla Tradizione più autentica; sulla condizione dell’uomo che, in quanto creatura dipende totalmente da Dio; sulla sua situazione di peccatore che accresce la sua dipendenza. 

E S. Alfonso svolge così il suo pensiero sulla salvezza ottenuta dalla preghiera. Scrive: «Per raggiungere la salvezza l’uomo deve compiere la volontà di Dio espressa nella sua legge e nei suoi comandamenti». Ma senza la grazia, l’uomo è impari a tale compito arduo e difficile. Vorrei fare un’esemplificazione: Gesù ha dato il comandamento dell’amore, il comandamento di amare i nemici, di perdonare quelli che ci offendono. Ebbene questo comandamento è molto difficile, superiore alle forze umane; senza la preghiera è impossibile osservarlo. Ma, se non si ama il prossimo, se non si amano i nemici, Dio non rimette i nostri debiti, non ci dà il Paradiso. Dobbiamo pregare, metterci dinnanzi al Crocifisso che perdona; allora otterremo la grazia di perdonare, di fare la volontà di Dio e di andare in Paradiso.
Non si deve pensare che i comandamenti di Dio siano inosservabili. Se esiste l’obbligo, esiste anche un arricchimento di grazia che Dio è disposto a concedere a chi lo prega. Dio è libero di concedere la grazia a chiunque vuole e quando vuole. Mala sua provvidenza ordinaria è quella di concederla e di rispondere a chi domanda. Scrive S. Alfonso: «Posto dunque da una parte che senza il soccorso della grazia niente possiamo, e posto dall’altra che tal soccorso ordinariamente non si dona da Dio se non a chi prega, chi non vede, come qui si può dedurre per conseguenza, che la preghiera è strettamente necessaria alla salute per andare in Paradiso? 

Per questo i teologi insegnano che la preghiera agli adulti è necessaria non solo di necessità di comandamento, ma anche di mezzo. Si vuol dire che di Provvidenza ordinaria, un fedele, senza raccomandarsi a Dio con cercargli le grazie necessarie alla salute, è impossibile che si salvi». Ecco perché S. Alfonso poi conclude con quella massima: «Chi prega certamente si salva. Chi non prega certamente si danna».  

La preghiera: conoscenza di se stessi e conoscenza di Dio
La preghiera scaturisce dalle profondità del nostro essere che in verità è non essere; Dio è l’essere, l’uomo è non essere sprovvisto di tutto. Una legge di mendicità regola i nostri rapporti con Dio: da una parte c’è l’assoluta dipendenza stabilita dalla creazione, dall’altra l’impoverimento delle nostre facoltà in seguito al peccato originale, che aggrava la nostra condizione. A questa necessità che sorge dall’essenziale povertà del nostro essere, i peccati attuali ne hanno aggiunto altre, aventi carattere di colpevolezza, per cui la stessa possibilità di pensare efficacemente al bene senza la grazia diviene nulla.
Lo afferma categoricamente S. Paolo: «Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, mala nostra capacità ci viene da Dio». Sicché l’uomo è affatto impotente a procurarsi la salute, poiché Dio ha voluto che quando ha e può avere tutto lo riceva dal solo aiuto della grazia». Certo non è necessario pregare per far conoscere a Dio le nostre necessità e dirgli i nostri desideri; tale conoscenza Dio la possiede. Piuttosto è un’altra conoscenza che egli vuole operare in noi ed è quella della essenziale dipendenza della creatura dal Creatore; Dio vuole che ci convinciamo, in umiltà profonda e sincera che dipendiamo da Lui. Da noi non possiamo niente.
Non dobbiamo tenere l’opinione dei Pelagiani che dicevano di potersi salvare senza la grazia. Gli uomini spesso credono di salvare il mondo con le proprie forze, ma vanno sempre incontro allo scacco, alla sconfitta. Lo ha dimostrato il Cardinale De Lubac nel libro intitolato: Il dramma dell’umanesimo ateo. Ebbene, se noi vogliamo vincere e riuscire nella vita, dobbiamo pregare. «È necessario pregare affinché noi intendiamo la necessità che abbiamo di ricorrere a Dio per ricevere i soccorsi opportuni a salvarci e con ciò riconoscerlo per unico autore dei nostri beni». 

Si può dire che la preghiera, nella sua formulazione più semplice, è conoscenza di noi stessi e conoscenza di Dio mediante la fede con la quale è strettamente connessa. Mala preghiera nella pienezza del suo significato è luce che illumina, forza che rinvigorisce, cibo che nutre. La preghiera è potenziamento ed elevazione dell’uomo. E anche un invito a collaborare, uno stimolo a rispondere, nella libertà, all’offerta di Dio per sviluppare tutta la propria potenzialità e attuare il suo progetto in se stessi e nel mondo.
Ma se Dio scende, l’uomo deve salire e stabilire un’intesa, un colloquio con lui. Questo rapporto straordinario è stato posto in vivo risalto da Giuseppe Cacciatore, mio professore di teologia, il quale scrive un pensiero molto profondo: «La preghiera è l’incontro di Dio e della creatura nell’opera di salvezza. Pregare è costruire con Dio l’edificio della salvezza». Vedete che livello altissimo raggiunge la preghiera, non solo chiedere grazie a S. Antonio e agli altri Santi, grazie materiali, ma «costruire la salvezza», realizzare con Dio la propria predestinazione. Dio predestina tutti alla salvezza ‑ se preghiamola rendiamo veramente attuale, la realizziamo. La preghiera non è tanto una condizione per ricevere la grazia quanto uno sviluppo della grazia stessa. Chi prega ha detto già un primo sì all’invito della grazia. Diceva S. Teresa di Gesù Bambino: «tutto è grazia», ma soprattutto la preghiera. 

Questa grazia vogliamo ottenere da S. Alfonso: ascoltare il suo insegnamento di pregare, perché se preghiamo ci salveremo, andremo in Paradiso con il Signore, in eterno.  

da Frosinone 7 novembre 1996
P. Giovanni Velocci 

Il messaggio di S. Alfonso sulla preghiera è valido anche per il nostro tempo.

 

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Novembre 19, 2011 at 12:01 am da Salvatore
Categoria: Spiritualità alfonsiana, temi, Temi specifici di spiritualità
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