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Benedetto Croce ha scritto di S. Alfonso /1

Benedetto Croce  (Pescasseroli 1866 ‑ Napoli 1952). Filosofo, storico, critico letterario e uomo politico italiano, una delle massime personalità della cultura europea del Novecento. Nel 1903 fonda con G. Gentile la Rivista La Critica. Fu Ministro dell’Istruzione nel governo Giolitti  (1920‑21).
Fondamentale per la comprensione del suo pensiero filosofico è la Estetica del 1902. Scrisse molte opere sui massimi poeti della letteratura dell’Occidente  (Goethe; Ariosto; Shakespeare), saggi come La letteratura della nuova Italia  (6 voll., 1914 ‑ 40) e fra le molte di storia e di metodo storico: Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Storia d’Europa nel secolo decimonono e Uomini e cose della Vecchia Italia.

Alfonso de Liguori, simpatico Santo napoletano
(i titoletti sono del redattore)

Non rimase chiuso nella cerchia di questi predicatori popolari Alfonso de Liguori, gentiluomo, e nei suoi primi anni avvocato, finché Dio non lo volle tutto per sé; e nondimeno lo stretto affiatamento con la plebe, agevolato dalla familiarità che sempre aveva mantenuta con questa la nobiltà napoletana, si sente nei suoi atti e nei suoi detti, specie quando si legga la biografia che di lui scrisse il sacerdote Tannoia e la si legga nella dizione originale, riboccante di dialettismi (1).
Cominciò anche lui, circa il 1728, con prediche all’aria aperta, nella piazza di Sant’Agnello; presso Santa Teresa degli Scalzi, innanzi alla chiesa della Stella o a quella dei padri di san Francesco di Paola. L’adunanza si componeva di lazzari, muratori, barbieri, falegnani, “saponari” ossia cenciaiuoli, e altrettali, e si raccoglieva dal Mercato, dalla Conceria, dal Lavinario e da altri luoghi popolari. E poiché la mistica formula, che più di frequente ritornava in quelle prediche, era il rifugio “nel costato di nostro Signore Gesù Cristo”, quegli uditori ebbero nome di “assemblisti delle costatelle” (2).
Ancora alla fine del secolo si riconoscevano e veneravano coloro che erano stati toccati allora dalla parola di padre Alfonso e che, senza abbandonare i loro mestieri, si erano dati a vita devota, “Anime innamorate di Gesù Cristo“. Tra essi, si vedeva al Mercato un venditore farina, denominato Giuseppe il santo; al ponte della Maddalena, un vasaio, Ignazio Chianese; altrove, un Bartolomeo d’Auria, venditore d’istoriette e libri vecchi; e altri e altri, un fabbricante di fuochi artificiali, uno stampatore, un ortolano, un sensale, e via. Andavano per la città un “Nardiello” o Leonardo Cristano, spingendo il suo somaro carico di castagne e di capperi, e un “Antuono” o Antonio Pennino, con una cesta di uova; e così, spacciando quei generi alimentari, legavano discorsi, ammonivano, consigliavano, “strappavano anime all’inferno e le guadagnavano a Cristo” (3).

Le Cappelle serotine
Da queste assemblee all’aperto nacque un’istituzione che si allargò e ancora dura, le così dette “cappelle serotine”, nelle quali, alla fine della giornata, dopo le ventiquattro ore, si raccoglievano ragazzi e altra gente del popolo pel rosario, per il catechismo, per l’orazione mentale, per la confessione il sabato, e la domenica per muovere di là all’adorazione del sacramento, e trascorrere poi il pomeriggio in qualche luogo di campagna l’estate, e in qualche chiostro l’inverno, in “onesti divertimenti e discorsi santi”. Vi si accinse, per suggerimento di Alfonso de Liguori, un maestro di scuola, a nome Pietro Barbarese, che radunò alcuni “facchinelli” del Mercato in una bottega da barbiere, e poi, visto il frutto dell’opera, nella cappella dei Barrettari; e fu presto imitato da un altro “infarinato di lettere”, un Luca Nardone, e da più persone diverse: sicché, nel corso del secolo, le cappelle ascesero al numero di settantacinque, e ciascuna con frequenza di cento a centocinquanta devoti (4).
Alfonso de Liguori, finché restò a Napoli, le visitava e le dirigeva; e ancora negli ultimi suoi anni, ritirato a Nocera, ne prendeva conto; e poiché l’interpellato gli parlava del gran bene che facevano e della grande quantità di gente bassa che vi concorreva, e che vi si vedevano perfino dei “cocchieri santi”, il nonagenario prelato , al quale subito passò per la mente quel che erano i cocchieri napoletani, viziosi, insolenti e bestemmiatori più di ogni altra classe di popolo, diede un balzo, saltò in piedi e ripeté più volte, volgendosi ora al fratello ora al servitore: “Cocchieri santi? A Napoli? Avete inteso? Gloria Patri!” (5).

Benedetto Croce ha avuto una stima grandissima per S. Alfonso, come testimoniano le numerose citazioni nei suoi studi. E' sua la celebre frase su S. Alfonso: il più napoletano dei Santi e il più Santo dei napoletani.

Le missioni al popolo
Alfonso de Liguori da queste opere nella capitale passò poi alle missioni nelle campagne, presso i più rozzi contadini, e fondò la congregazione del SS. Redentore, e venne chiamato all’episcopato, e compose gran numero di opere, ascetiche, apologetiche, teologiche e morali. Ancora assai studiate tra i cattolici di tutti i paesi, e rimò canzonette spirituali, anch’esse cantate dappertutto, tra le quali notissima quella pel Natale: “Tu scendi dalle stelle, o re del cielo!…” (6).
Fu il nuovo dottore della Chiesa, nato nell’Italia meridionale, dopo Tommaso d’Aquino: altri santi, nati in queste terre, il taumaturgo calabrese Francesco di Paola, l’abruzzese fondatore della congregazione per l’assistenza degli infermi Camillo de Lellis (7), il candido adoratore di Gesù Bambino, famoso per i suoi voli, Giuseppe da Copertino (8), non ebbero pari importanza della sua, che fu mondiale.
Il Liguori protesse e salvò la ritirata dei gesuiti nella disfatta sofferta dalla compagnia nel secolo decimottavo. Era stato sempre loro ammiratore, aveva trepidato all’uragano che vide addensarsi sulle loro teste. Se mancano costoro  (egli diceva), siamo rovinati! – I gesuiti, a suo giudizio, “avevano santificato il mondo e continuavano a santificarlo, non solo con le missioni, ma segnatamente con le scuole, nelle quali buttavano la semenza della pietà e ne facevano vivai che, trapiantati nelle sante congregazioni che avevano di ogni ceto, coprivano le città intere” (9).

Contro i giansenisti
Gli avversari, che il Liguori non perse mai d’occhio, erano i giansenisti, vestiti dello “specioso rigore dell’evangelica perfezione”, più dannosi di Calvino e di Lutero, perché “occulti e non evitati”. Chi si sarebbe messo in guardia contro un Arnauld, che, inculcando somma purità per accostarsi al sacramento dell’eucaristia, in effetto mira ad allontanare i fedeli da questo, che è 1’unico sostegno della nostra debolezza”? Quella “peste di gente”, quel “partito di Francia”, intendeva a rendere odioso Gesù e la sua legge e ad abbattere nei gesuiti un gran baluardo della Chiesa.
Egli credeva perfino alla pretesa cospirazione dei primi giansenisti contro la Chiesa di Gesù Cristo, svelata nel libro la réalité du projet de Bourg  Fontaine, opera del gesuita padre Sauvage (10). Polemizzò contro il Muratori, e anche in quell’occasione fu parola di giansenismo (11). Fin da giovane, aveva inclinato, nel trattamento delle anime, alla moderazione e all’indulgenza. “Non ci vuol molto a dire:Và dannato! Non posso assolverti“. Bisognava, invece, fare in modo che si prendesse in orrore, non la confessione e la penitenza, ma il peccato (12).
Fermamente avverso al rigorismo, che giudicava un metodo di spingere molte anime a disperare e a dannarsi, passò dal probabiliorismo, cioè dall’ammissione dell’opinione più probabile, all’equiprobabilismo, cioè alla libertà di scelta tra le opinioni parimenti appoggiate. La sua grande Theologia moralis, pubblicata la prima volta nel 1753, e che ebbe nel 1779 l’edizione definitiva (13), fu accolta in tutti i paesi e rimane ancora libro capitale della Chiesa cattolica. Come egli fosse poi pronunziato santo e dottore della Chiesa, e quale fortuna e diffusione toccasse alla congregazione da lui fondata dei Redentoristi o Liguorini, è ben noto.

Di fronte ai modernisti
Ostile alla nuova scienza e letteratura del secolo, denunziatore del libraio Gravier e degli altri che la introducevano in Napoli, sollecitatore di proibizioni poliziesche, tutto orrore per il Voltaire e il Rousseau (14), ammiratore dei gesuiti, fondatore di una nuova congregazione, il Liguori doveva incontrare diffidenze e ostacoli presso la società colta e progressista di Napoli, e anche presso gli uomini del governo, e perfino presso i sovrani. A Napoli non si voleva più sentir parlare di nuovi istituti e case religiose, di nuovi acquisti di beni da parte del clero. Ai suoi primi tentativi di dar forma alla congregazione, egli ebbe contro un avvocato, Francesco Cailò, alunno di Pietro Giannone. “Costoro  (diceva dei liguorini il giannonista) saranno come tutti gli altri: lasciate che s’impinguino e si dilatino, e poi si vedrà la brutta generazione che sono, e se pensano più a sé che all’anima” (15).
Re Carlo gli fece stentare l’approvazione della regola e gl’impose severe restrizioni. Era rimasto male impressionato quando, in un’escursione di caccia, scorgendo un castello sopra un rialzo e domandato a chi appartenesse, gli fu risposto che era dei missionari del Liguori, che avevano raccolto una grossa eredità. “Non sono ancora nati  (esclamò il re), e già fanno tali acquisti?” (16).
Aboliti e scacciati i gesuiti, i liguorini furono guardati di mal occhio, chiamati  (e non a torto “gesuiti redivivi”, combattuti, accusati presso il governo). Il Tanucci, al quale pur il Liguori aveva dedicato là sua Storia delle eresie, entrò in sospetto contro la congregazione, e trasferì la causa, che la concerneva, dalla Real Camera alla Giunta degli abusi, e probabilmente l’avrebbe colpita e “spiantata”, come si chiedeva, se, in quel mezzo, non fosse caduto da ministro. Tuttavia l’avvocato fiscale domandò la soppressione dei liguorini, considerandoli, tra l’altro, “rampolli dei soppressi gesuiti“, e dichiarando la loro regola “tanto difforme da quella degli altri istituti quanto conforme alla regola dei gesuiti” (17).
Pure si salvarono, perché avevano i loro protettori. Il loro sentire rispondeva a quello della inferiore ma numericamente maggiore parte della popolazione, e la loro opera era, per più rispetti, utile e benefica.

(da Uomini e cose della vecchia Italia, II serie, Bari 1927; vol. XXI, p. 122 ss. )

___________________-

(1) Antonio Tannoia, Vita ed Istituto del p. Alfonso Maria de Liguori fondatore e rettore della congregazione del SS. Redentore e poi vescovo di S. Agata dei Goti. Nelle edizioni posteriori è di solito corretta e italianizzata. Ma la si veda nell’edizione originale di Napoli, 1800, o nella fedele ristampa, anche napoletana, del 1857.
(2) Tannoia, op. cit., ed. del 1857, I, 60 sgg.
(3) Tannoia, op. cit., I, 63 – 4. Di Nardiello, si ha la Vita, scritta dal dottor Vincenzo Trino (Napoli, Pace, 1776).
(4) Op. cit., I, 64 – 68
(5) Op. cit., IV, 256
(6) Tra i recenti libri stranieri intorno a lui conosco quello francese del Berte, Saint Alphonse de Liguori (III ed., Paris, Retaux 1900); e quello tedesco di Alois Picheler, Der heilige Alfons von Liguori (Regensburg, Kosel u. Pustet, 1922). Anche di recente è venuto in luce lo scritto di J. L. Janson, Der hl. Alfons Maria von Liguori un die Gesellschaft Jesu in ihren freundschaftlichen Beziehungen zueinander(Freiburg i. B., Herder). (V. ora in Terze pagine sparse, Bari, 1955, I pp. 43 – 47)
(7) Si veda la vita di lui scritta dal Cicatelli (ed. accresc. dal Dolera, Roma – Napoli, 1742) e un mio saggio in Varietà di storia letteraria e civile, Prima serie (Bari, Laterza, 1949), pp. 96 – 105.
(8) Volò una volta sopra l’olivo, all’udirsi dire da un sacerdote: – Fra Giuseppe, che bel cielo ha fatto Dio! – e “colassù fermatosi genuflesso per lo spazio di mezz’ora, stupenda cosa fu vedere quel ramo, che sostenevalo, muoversi leggermente come se sopra posato vi fosse un augello”. Così in A. Basile, Compendio della vita, virtù e miracoli di S. Giuseppe di Copertino, sacerdote professo dell’ordine dei minori conventuali di S. Francesco (Napoli, 1753) (v. Servi di Dio, beati e santi napoletani, in Varietà di storia letteraria e civile, seconda serie (Bari, Laterza 1949, pp. 127 – 29).
(9) Tannoia, op. cit., IV, 188 – 9
(10) Op. cit., IV, 111, 187, 189
(11) Op. cit., II, 251; e cfr. A. C. Temolo, Il pensiero religioso di L. A. Muratori, in Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, IV (1923), spec. pp. 75 – 77
(12) Tannoia, op. cit., I, 54. III, 186
(13) Si veda per la storia delle edizioni F. Delerue, Le Système moral de Saint Alphonse de Liguori (Saint – Etienne, 1929)
(14) Op. cit., II, 261, 295, III, 185, IV, 72 – 3. Quando si sparse la diceria della conversione di Voltaire, il Liguori, che la credette vera, diresse al celebre scrittore alcune lettere (op. cit., IV, 78)
(15) Op. cit., I, 122 – 3
(16) Op. cit., I, 218, II, 22 – 3
(17) Op. cit., IV, 31 – 5

______________
Riportato in
Ermelindo Masone e Alfonso Amarante
S.Alfonso de Liguori e la sua opera
Testimonianze bibliografiche
Valsele Tipografica 1987, pp.239-243.

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Luglio 19, 2011 at 10:16 am da Salvatore
Categoria: Hanno scritto di lui, Il suo tempo, Profili biografici, Profili morali
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