S.Alfonso, evangelizzatore della carità

Teologia e pastorale della carità in S. Alfonso Maria de Liguori
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. S. Alfonso De Liguori, testimone della carità
S.Alfonso testimone della evangelizzazione della carità

2. S.Alfonso testimone della evangelizzazione della carità

Se S.Alfonso scelse come motto programmatico per la sua Congregazione le parole “Evangelizare pauperibus misit me” (Lc 4,18), si può dire che egli personalmente vi aggiunse, e praticò costantemente, anche “et a pauperibus evangelizari”. Si diede tutto a tutti in particolar modo ai poveri, tanto che divenne un forte ed indomito “atleta” della pastorale della carità[1].

La fama di Alfonso è stata consacrata, certamente, dalla sua Theologia moralis, la quale può ritenersi più un opera di un professionista della pastorale, che di un professionista della Teologia[2]. D’altra parte i suoi scritti di predicazione risentono e riflettono l’esigenza di una sensibilità pastorale autentica, tanto da fargli scrivere: In tutte le prediche bisogna parlare con stile semplice e familiare; ma parlando poi a’ popoli di ville, bisogna usare lo stile il più popolare che si può (purché non si dia nel goffo), acciocché quei poveri villani restino capacitati, e mossi a modo loro[3].

Questa speciale inclinazione verso i più poveri, S.Alfonso la coltivò sin dall’inizio della sua esperienza pastorale fondando a Napoli le Cappelle Serotine.
Le Cappelle Serotine sorsero dovunque nei paesi vesuviani. Solo a Napoli sul finire del secolo, nel 1798, se ne contavano ben 75 con 100 o 150 devoti ognuna[4]. Nell’Ottocent o gli iscritti arrivarono a circa 30.000, e La Civiltà Cattolica le definiva “un potente preservativo dal socialismo[5]“.

Le catteristiche di questa “associazione” consistevano:

  • 1) Erano rivolte alla gente minuta, che sbarcava il lunario con i millemestieri della popolazione napoletana;
  • 2) Costituivano prima di tutto un richiamo per i mariuoli: un luogo di conversione, poi di santificazione, ma di peccatori, infine di apostolato, ma per peccatori;
  • 3) Vi si accedeva come in un porto di mare avendo come sola “istituzione”, sempre in perpetuo movimento vitale, i luoghi di adunanza e le persone responsabili. I regolamenti arriveranno più tardi e saranno come “palate di terra sul fuoco”;
  • 4) Responsabili – punto arditamente profetico – erano dei laici, che già due secoli prima di Pio XI attuavano un apostolato d’ambiente attraverso l’ambiente. Il leader di ogni fraternità era un lavoratore manuale, un povero, un lazzarone – a volte – i sacerdoti solo “assistenti”; Alfonso sapeva che tutti quegli umili battezzati possedevano ugualmente lo Spirito Santo e, in più, l’esperienza della vita umile, il linguaggio concreto, tutte cose, che creano la comunicazione, assicurando a chi sa ciò che dice, autorità e giusto tono anche e prima di tutto se parla del peccato e della Misericordia;
  • 5) Erano riunioni che si tenevano di giorno, poiché il ritrovarsi quotidiano intorno al Signore di una comunità di vicini aveva carattere di una fraternità carismatica[6].

Il Padre Tannoia, attento scrutatore delle vita di Alfonso così descrive l’apostolato di Alfonso: si vedeva guadagnare a Cristo una quantità di anime, che, invecchiate dal peccato, languivano nel vizio e nella dissolutezza. Per lo più operava egli nel Mercato, e nel Lavinario, ove vi è la feccia del popolo napoletano; anzi godeva vedersi circondato dalla gente più vile, come sono i Lazzari, così detti, ed altri di infimo mestiere. Quella gente piucché ogn’altra aveva Alfonso a cuore; e non mancava illuminarla colle prediche, e ridurla a Dio colla Sacramentale Confessione. Uno dando voce all’altro, si vedevano ogni dì nuovi penitenti da ogni parte, e servir tutti come di pabolo all’ardente zelo che aveva di salvar le Anime e donarle a Cristo. Tanti e tanti, anorché scellerati e peccatori, che lasciarono di frequentarlo, non solo presero in orrore il peccato; ma addivennero Anime di orazione non ordinaria, e impiegati in amare Gesù Cristo[7].

Ben presto Alfonso è sovraccarico di lavoro. Questi affamati di pane, sono ancora più avidi di Dio. Dovrebbe essere presente contemporaneamente in dieci luoghi diversi. Li riunisce in qualche quartiere tranquillo e, aiutato dai suoi compagni, li istruisce insieme su Dio, su Gesù e Maria e sulla preghiera. Ma queste riunioni si possono svolgere quando cala la notte, una volta terminato il lavoro dei piccoli artigiani[8].

Nel settembre del 1728, un anno e mezzo dopo questa grande riunione notturna viene proibita sia dall’arcivescovo che dal governatore: ha assunto una notevole importanza e i benpensanti si preoccupano. Alfonso giudica i suoi discepoli laici abbastanza maturi e decide di farne, ciascuno nel suo quartiere, i perni e gli animatori di vari piccoli gruppi che, in tutta la capitale, riuniranno i poveri nelle loro botteghe e nelle case private. Egli stesso e i suoi amici sacerdoti – i seminaristi di un tempo sono stati quasi tutti ordinati preti – andranno di qua e di là per coordinare il lavoro, animare i responsabili, approfondire la formazione, amministrare i sacramenti[9].
A questi abbandonati Alfonso non tiene un discorso sociale. Ma questi gruppi, per la forza del Vangelo, saranno un movimento di educazione di base, di riforma dei costumi, di qualità della vita.

Giuseppe Beneduce, nei suoi Cenni storici delle Cappelle Serotine in Napoli, ne fa questo ditirambo: le Cappelle Serotine sono la salvaguardia dello stato contro la rivoluzione, dei cittadini contro il furto e i delitti, delle famiglie contro il malcostume, delle mogli contro l’infedeltà dei mariti, dei figli contro il paterno abbandono. A chiunque consacra tutta la vita nell’opera delle cappelle serotine, vorrei scrivere sulla fronte a lettere incancellabili: Benemerito fra i primi della società e della chiesa[10].

Missione al popolo, momento di sensibilizzazione per le strade.

 


    [1] Gregorio XVI (1831-1846), nella bolla di canonizzazione, così scrive riguardo al senso pastorale di Alfonso: E’ difficile dire con quanta cura e passione egli si sforzasse di adempiere tutti gli aspetti dell’impegno pastorale; Egli fu assiduo nel vigilare il suo gregge, che capiva essere stato affidato a lui, ed esplicò ogni attività affinché neppure una delle sue pecorelle, a lui affidate, andasse perduta. Cfr. A.CAPECELATRO, II, 582-593.

    [2] M.VIDAL, Frente al rigorismo moral, benignidad pastoral. Alfonso de Ligorio, Madrid 1986, 23; Cfr. G.ORLANDI, S.Alfonso Maria De Liguori e i laici, in “Lateranum” 53 (1987), 505.

    [3] S.ALFONSO, Selva di materie predicabili ed  istruttive, in Opere Complete, III, 104.

    [4] A.M.TANNOIA, I, 49; S.Alfonso seguì quest’opera, anche da lontano. Un giorno che andò a fargli visita a Pagani l’architetto regio Giuseppe di Mauro: Alfonso gli domandò: e le cappelle si frequentano? Sì, rispose enfaticamente don Giuseppe, e non potete credere il bene che si fa, e che quantità di gente bassa vi concorre; vi si veggono anche di cocchieri santi. Stava Monsignore sdraiato e rilasciato quasi cadavere nel suo letto. In sentir cocchieri santi, esultando gridò: cocchieri santi a Napoli! Gloria Patri! Avete inteso? Cocchieri santi! e così dicendo, come se fosse spinto da una balestra, salta in alto da un palmo e più. Cfr. A.M.TANNOIA, IV, 168; A.DE SPIRITO, La Parrocchia nella società napoletana del settecento, op.cit., 99; A.SANTONICOLA, Sant’Alfonso e l’Azione Cattolica, Pompei 1939, 61-70.

Benedetto Croce, chiosando, aggiungeva che in quel momento, al nonogenario prelato era passato per la mente quel che erano i cocchieri napoletani, notoriamente viziosi, insolenti e bestemmiatori più d’ogni altra classe di popolo. Cfr. S.MINICHINI, Alfonso Maria De Liguori nel pensiero di Benedetto Croce, in P.GIANNANTONIO (a cura di), Alfonso M. De Liguori e la società civile del suo tempo, op.cit., 353-366.

    [5] Così leggiamo nella recenzione dell’opera del cardinal Alfonso Capecelatro: La Vita di S.Alfonso Maria De’ Liguori che troviamo nella rubrica rivista della stampa in “La Civiltà Cattolica”, serie XV, vol. X, fasc. 1055 (23 maggio 1894), 578.

    [6] G.ORLANDI, S.Alfonso e i laici: la fondazione delle “cappelle serotine” di Napoli, in SH 35 (1987), 405-406; A.DE SPIRITO, La parrocchia nella società napoletana del settecento, op.cit., 95-110; T.REY-MERMET, 226-229.

    [7] A.M.TANNOIA, I, 40.

    [8] T.REY-MERMET, Il Fondatore (1696-1732), in F.CHIOVARO (a cura di), in Storia della Congregazione del Santissimo Redentore: Le origini (1732-1793), op.cit., 125.

    [9] Ivi; A.DE SPIRITO, La Parrocchia nella società napoletana del settecento, op.cit., 95-101.

    [10] G.ORLANDI, S.Alfonso Maria De Liguori e i laici, op.cit., 520.